La moglie del capo



Erano le sei di mattina quando suonò la sveglia, il trillo fastidioso esplose nella stanza ascoltato dalle orecchie di un uomo che era ormai davanti la finestra da due ore. Da circa una dozzina di giorni Salvatore non riusciva più a dormire, compiuti i suoi sessantadue anni aveva tirato la somma di cosa era stata per lui la vita e, ora, doveva ammetterlo, viverla all’insegna del menefreghismo e dell’accettare ciò che capitava non aveva dato esattamente buoni frutti.
Guardò la sveglia scandire le sei e due minuti e il trillo spegnersi, fuori il cielo era grigio e colmo di nuvole che sembravano cariche di pioggia; l’uomo chiuse le tende ingiallite dalle sigarette fumate nel corso degli anni, infilò una mano nelle slip per ravvivarsi l’attrezzatura poi si diresse in bagno per svuotare la vescica e cominciare a prepararsi. Davanti lo specchio Salvatore guardò il suo corpo pieno di peluria ormai bianca e asciutto, quasi sottopeso. Il suo viso presentava tutte le ingiurie del tempo ma accentuate dalle troppe sigarette e qualche esubero di vino.
Si vestì in fretta e furia gettandosi addosso gli abiti del giorno prima poi scese le scale condominiali con la sigaretta all’angolo della bocca e, appena fuori dal portone, accese la Marlboro con una lunga tirata.
Nel cortile la sua vecchia Panda svettava fra le altre auto per il suo verde che, scolorendo, aveva preso una nota acidula; la raggiunse, salì e mise in moto.
La periferia cittadine passò via coi suoi ritmi impostati dal traffico di chi doveva raggiungere il proprio posto di lavoro. Sotto un cielo che non sembrava ancora deciso se riversare o meno la propria pioggia carica di smog l’uomo raggiunse il reticolato di capannoni dove si convogliavano ogni mattine dozzine di auto e articolati, varcò le soglie della sua ditta e lasciò la macchina nel parcheggio dipendenti. A lunghi passi si avvicinò alla porta d’ingresso riuscendo a varcarla poco prima che la pioggia cominciasse a cadere.
“Buongiorno,” salutò distrattamente chi era alla reception senza neanche vedere chi ci fosse; il suo malumore lo aveva seguito da casa e quella mattina di certo non aveva voglia di fare pubbliche relazioni. Alla fine del corridoio lo aspettava la saletta comune al centro della quale si trovavano già alcuni colleghi a discutere di come fosse andata l’ultima giornata di campionato.
“Salve,” li salutò entrando.
Gli altri due lo salutarono di rimando poi tornarono ai propri discorsi.
Grato di quell’andamento Salvatore si avvicinò alla macchina del caffè per una nuova iniezione di caffeina. Mentre digitava qualcuno si appoggiò alla sua spalla. “Come va?”
“Come sempre,” rispose in tono annoiato Salvatore sapendo di chi si trattava. “Tu Piero?”
“Idem!” Disse Piero cercando delle monete nella tasca dei pantaloni da lavoro. “Sei pronto per una nuova settimana?”
Salvatore annuì.
Piero, vedendo l’espressione storta dell’amico, chiese: “si può sapere che succede?”
“Sono stanco. Di tutto. In generale.”
Piero annuì, conosceva la sensazione. “Se può aiutarti,” disse sussurrando, “oggi abbiamo con noi la signora. La moglie del grande capo.”
Salvatore inarcò le sopracciglia in un’espressione disinteressata. “Cazzo, che culo.”
“Per reagire così devi proprio essere di umore nero,” convenne Piero. “Fai come vuoi, io una sbirciatina dalla parete a vetri dell’ufficio vado a dargliela…”
“Come vuoi,” rispose Salvatore. L’uomo si chiuse la giacca a vento e uscì dagli uffici diretto verso l’aria di carico già ingombra di furgone che aspettavano di essere caricati, girò a destra e passò una larga porta per accedere al computer dell’area e iniziare a preparare i colli da smistare.
Senza dare ascolto al solito chiacchiericcio fra scaricatori e autisti Salvo si immerse nel lavoro, speranzoso di arrivare presto a sera e che questo susseguirsi si lo portasse rapidamente a venerdì. A metà mattinata si concesse una sigaretta e mentre si rilassava guardando la pioggia battente suonò l’interfono all’altro capo del quale dalla reception lo avvisarono che era atteso in direzione.
La sala d’aspetto era un semplice rettangolo dalle pareti bianche ingiallite dal tempo che ospitava tre file di sedie in plastica scolorite con al centro un tavolo basso su cui erano sparse riviste vecchie di almeno due anni, Salvatore si sedette su una delle sedie e rimase in attesa che gli venisse comunicato di entrare. Non sapeva cosa volessero da lui ma era sicuro che non fosse per motivi negativi; aveva sempre svolto i suoi compiti al meglio delle sue possibilità e il suo lavoro non aveva mai sollevato dubbi o lamentele.
Mentre rifletteva la porta si aprì facendo trapelare nella saletta il resto di una conversazione :”… si si, vado subito.” Poi fu una donna a uscire: alta sul metro e ottanta, una carnagione scura come l’ebano. Il viso, piacente, mostrava palesemente i tratti del Senegal e i lunghi capelli ricci legati in uno chignon sopra la nuca. “Ci vediamo a casa,” disse la donna alla persona nella stanza poi si chiuse la porta alle spalle.
Nel vederla, Salvo la riconobbe subito: era Mala, la moglie del capo. Secondo quanto si diceva in ditta l’uomo l’aveva sposata e portata in Italia da una condizione di povertà assoluta. Che fossero male lingue o meno, questo spiegava perfettamente il divario di età tra i due. Guardò il fisico rotondetto di lei e i suoi occhi si soffermarono sugli abbondanti seni che sembravano esplodere sotto il maglione bianco e capì come mai i suoi colleghi dicessero che quella fosse una donna “fuori misura.” Alzatosi in piedi, Salvo la salutò: “buongiorno.”
La donna rispose con un cenno del capo poi scivolò via verso le scale mentre portava il telefono all’orecchio. “Pronto?” disse lei scendendo i primi scalini.
Entrato in ufficio Salvo incontrò il marito della donna, un cinquantenne dal fisico di chi si era ormai lasciato andare da tempo, i due rimasero a parare per quasi un’ora riguardo al fatto che Salvatore potesse ottenere un piccolo aumento di stipendio se accettava un orario più lunghi e maggiori responsabilità. Dal conto suo Salvo era indeciso se accettare o meno; certo, più soldi erano bene accetti ma un orario maggiore di contro… I due uscirono dall’argomento ritrovandosi a parlare del più e del meno andando a finire su come l’uomo fosse appena diventato padre. Disinteressato, Salvo gli fece i complimenti con larghi sorrisi e prima di uscire gli promise che, riguardo al lavoro, gli avrebbe risposto quanto prima. Uscì dall’ufficio col permesso di prendersi il resto del giorno di festa per cui si rivestì, prese le sue cose e si diresse verso il portone d’ingresso.
Alla reception rimase a chiacchierare con chi era di turno poi, armato di ombrello, si diresse verso la macchina. La pioggia sembrava aver aumentato, l’aria si era fatta più fredda e il fiato dell’uomo si condensava quasi invisibile a contrasto con il cielo plumbeo.
Uscito dal cancello si diresse verso l’autostrada, considerando l’ora era normale che nella zona non ci fosse quasi traffico. Arrivò all’imbocco della rotonda quando vide un’auto ferma con le quattro frecce sul ciglio. L’uomo rallentò e, guardando attraverso i finestrini, si avvide che la donna era la stessa che aveva visto uscire poco prima dall’ufficio. Accostò davanti l’auto e scese coperto dall’ombrello. “Salve,” la salutò picchiettando al vetro. “Serve aiuto?”
La donna si sporse verso di lui da dentro l’abitacolo senza rispondere, osservandolo con aria preoccupata.
“Signora, mi chiamo Salvatore. Lavoro per suo marito,” disse lui per rassicurarla. “Mi è sembrato avesse la macchina in panne e mi sono fermato. Va tutto bene?”
La donna fece scendere il finestrino. “Mi si è fermata la macchina,” rispose lei. “Grazie.”
Salvo, non sapendo cosa replicare, si limitò a annuire con la testa.
“Il problema,” riprese lei “è che devo tornare a casa ma se chiamo un taxi ora non so quanto avrei da aspettare.”
L’uomo annuì. “Posso accompagnarla io, tanto ho il giorno libero.”
Lei, insicura sul da farsi dovette scegliere sapendo di dover tornare a casa il prima possibile per accudire il figlio lasciato con la vicina. “Va bene,” acconsentì alla fine.
Accompagnata da Salvo la donna salì sulla Panda, fece arretrare lo scomodo sedile e si allacciò la cintura sul gigantesco seno coperto da un piumino blu scuro. Al posto di guida Salvo accese il motore e partì.
Il viaggio trascorse in tranquillità, la pioggia battente non smise di cadere e durante il percorso i due cominciarono a conversare del più e del meno e, via via che facevano conoscenza, la donna si sentì sempre più a suo agio. Si presentò come Jaima, nome tipico della sua terra anche se il marito lo aveva italianizzato in Giada; gli aveva raccontato la sua storia a grandi linee e Salvo aveva fatto altrettanto.
“Gira qui,” disse Jaima quando furono vicini all’imbocco di un vialetto di una villetta a due piani. “Siamo arrivati.”
Quando ebbe posteggiato Salvo aprì lo sportello, preparò l’ombrello e si strinse alla donna per scortarla alla porta di casa.
“Vieni,” le disse lei entrando. “Entra.”
Lui non se lo fece ripetere. Entrarono in un ampio soggiorno bianco con divani spaziosi e in tinta con il tappeto al centro della stanza. “Fai come se tu fossi a casa tua,” disse lei, “scusa ma devo andare dal piccolo.”
Lui annuì. Si sfilò la giacca bagnata e, passando in una cucina meno spaziosa ma arredata con gusto, lasciò il vestito sulla spalla di una sedia poi, sentendo la voce di Jaima dal piano di sopra salì le scale.
La voce arrivava dalla porta socchiusa sulla destra, l’uomo vi passò davanti in silenzio e potè sentire la donna conversare con il bambino con il tono amorevole che hanno tutte le madri: “hai fame piccolino? Vieni…”
Salvo si affacciò appena: Jaima era seduta sul letto, il piccolo, tenuto con cura sulle cosce, era disteso attaccato ad un’enorme mammella nera che succhiava avidamente da ciò che sembrava poter contenere una scorta di latte inesauribile. L’uomo, a quella vista, sentì una spinta di eccitazione, rimirò quella tetta enorme con ammirazione e desiderio pensando che sì, come dicevano i colleghi, quel seno poteva essere definito fuori misura.
Quando il bimbo smise di poppare la donna si rivestì inconscia che Salvo l’aveva spiata tutto il tempo. Mentre ella depositava nuovamente il pargolo assonnato nella culla scese le scale attento a non fare alcun rumore, giunse in salotto e poco dopo fu raggiunto a lei. “Eccomi, scusa.”
Lui si voltò. “Nessun problema, ma se è tutto in ordine vorrei andare.”
Lei annuì. “Sì ti ringrazio, ma prima che tu vada vuoi bere qualcosa? Almeno per sdebitarmi.”
Salvatore declinò l’invito con gentilezza. “Non c’è bisogno Jaima, ti ringrazio. Ci vediamo in ditta. Adesso vado.”
Nuovamente, lei annuì. “Certo. Ciao.”
Lievemente sconsolato, Salvatore si avviò verso la sua auto. In cuor suo non sapeva cosa si aspettasse; forse sperava che lei, grata, gli chiedesse di restare ulteriormente. Magari con una scusa banale scambiarsi qualche effusione e capì, in quel momento, che la sola cosa che avrebbe potuto ottenere da lei era quel panorama rubato poco prima.

Rimasta sola, Jaima controllò nuovamente il piccolo che ora dormiva beatamente. Dal bagno uscì la vicina e le due si misero a chiacchierare del più e del meno per una mezz’ora.
Rimasta finalmente sola, Jaima si spogliò osservando il suo voluminoso corpo allo specchio: la sua pelle nera faceva risaltare l’intimo azzurro che indossava, i seni enormi sembravano sul punto di debordare dalle coppe del reggiseno. Era sempre stata fedele a suo marito, nonostante la differenza di età lei non aveva mai ceduto alla tentazione di dare seguito alle varie proposte che le erano arrivate durante gli anni ma ora le sembrava che quello scarto generazionale che li divideva li stesse separando anche nel loro letto matrimoniale.
Stuzzicata, la donna abbassò le mutandine e rimase ad osservare il suo pube depilato tagliato in due da una striscia di pelo riccio, sedette sul letto a cosce aperte e cominciò ad accarezzarsi il sesso con delicatezza mentre i primi spasmi di piacere si facevano strada dentro di lei. Lentamente spinse dentro tre dita lavorando con cura, alternando dentro e fuori in un momento vorticoso e rapido mentre il piacere aumentava. Ormai incapace di fermarsi, prese il clitoride fra indice e medio e si trastullò immaginando che fosse suo marito a farglielo. La sua passera, ormai completamente bagnata era pronta ad accogliere qualcosa che mancava da tempo, invasa dal piacere Jaima dovette accontentarsi del lavoro delle sue dita fino a raggiungere un orgasmo rovinato da una sola nota amara.

Erano ormai le undici della mattina quando jaima si presentò in ditta. La sera prima aveva cercato dal marito ciò che le era mancato durante la masturbazione di quella mattina ma, nonostante l’impegno di lui, il suo misero pene l’aveva lasciata completamente insoddisfatta e ancora vogliosa.
In ditta salì le scale verso l’ufficio del marito per consegnare le chiavi della macchina ma, entrando, trovò la stanza completamente vuota. Seccata ulteriormente da quel nuovo contrattempo decise però di attendere il ritorno dell’uomo seduta alla scrivania, intenta a controllare i nuovi registri di vendita e le fatture.
“E’ permesso?” sentì chiedere dall’altro lato della porta. “Avanti,” rispose lei senza alzare lo sguardo dallo schermo del pc.
La porta si aprì e una voce sorpresa chiamò il suo nome: “Jaima, buongiorno!”
La donna alzò lo sguardo e vide sulla porta Salvatore. Il suo viso ricoperto dalla barba biancastra, i capelli arruffati e indosso la felpa pesante della ditta e i pantaloni unti. “Buongiorno, come mai qua?”
L’uomo entrò chiudendosi la porta alle spalle. “Avevo un appuntamento con tuo marito, ma tu piuttosto? Va tutto bene?”
La donna sorrise. “Si grazie.” Si alzò. Indossava una maglia bianca a collo alto sotto una giacca a doppio petto blu e pantaloni neri. “Ero venuto a lasciargli le chiavi della macchina ma devo tornare a casa…”
“Capisco.”
“non potresti riaccompagnarmi tu per caso?” chiese lei.
Spiazzato, l’uomo si strinse nelle spalle. “abbiamo la pausa pranzo, non penso ci siano problemi.”
La donna annuì. “Aspettami nel parcheggio, avviso alla reception in modo che ti facciano un permesso.”

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Il viaggio passò rapido e senza particolari intoppi. I due discussero prevalentemente di lavoro e la donna si chiese se quell’uomo avesse qualche interesse verso di lei.
“Quanti anni hai Salvatore?” chiese.
“Tanti.”
Jaima sorrise. “Ma quanti?”
Salvo parcheggiò l’auto nel viale e i due, a passo accelerato, entrarono in casa mentre fuori il cielo cominciava a far scendere una nuova pioggia. “Sessantasei.”
la donna rimase sbigottita, erano quasi dieci in più di suo marito eppure quell’uomo sembrava portarli assai meglio del suo consorte. Nonostante gli abiti sformati e la barba incolta si vedeva che il fisico di Salvo era asciutto e tonico anche se per niente muscoloso. “Siediti sul divano, arrivo subito.”
La donna salì le scale per controllare il piccolo che però stava dormendo beatamente. Una piccola parte di sé aveva ancora il desiderio del giorno prima e ormai l’idea morale di tradire suo marito non faceva più nessuna differenza; era una donna e anche lei, d’altronde, aveva le sue esigenze, solo che l’idea di farlo con qualcuno della ditta la lasciava perplessa. Tolse la giacca giù.
Seduto sul divano Salvo si chiese cosa stesse facendo ancora lì: sapeva bene che era meglio per lui, se voleva ancora conservare il posto di lavoro, farsi trovare il più lontano possibile da quella donna.
Tornata da lui Jaima sedette alla sua destra, il prominente seno quasi attaccato al suo braccio. Lei osservò la divisa sporca dell’uomo sentendo quasi l’odore di sudore che proveniva dalla felpa consunta. “Come ti trovi in ditta?”
Lui annuì con il capo. “Molto bene,” disse. “Infatti ora forse è meglio che…”
Salvatore non fece in tempo a finire la frase che dalla camera arrivò chiaro e forte il pianto del bambino. Jaima, allarmata si alzò di scatto. “Scusami,” gli disse avviandosi verso le scale poi, prima che lui potesse dire qualcosa: “potresti venire anche tu? Non vorrei aver bisogno di aiuto.”
Senza dire niente l’uomo seguì la donna di colore. I due entrarono nella stanza e Jaima si avvicinò alla culla, prese delicatamente il bambino in braccio adagiandolo sul suo seno enorme. “No, no. Va tutto bene. Visto c’è un tato?” comincio Jaima con tono dolce e materno. Il piccolo girò il capino verso Salvo che si era fatto più vicino e, inavvertitamente, ebbe un rigurgito di latte schizzando i pantaloni dell’uomo con un liquido bianco e denso.
“Scusami,” si affrettò a dire Jaima. Ora il bimbo sembrava però essersi calmato, pronto per tornare a dormire. La donna lo mise nuovamente nel lettino poi guardò la chiazza sui pantaloni dell’uomo che intanto le stava dicendo di non preoccuparsi. “vieni con me.”
Jaima prese Salvatore per una mano e lo portò in bagno, aprì l’acqua calda nel lavandino e si girò verso di lui: “togli maglia e pantaloni,” disse. “Non posso farti tornare in ditta così.”
“Sul serio, non importa,” si affrettò a dire lui per declinare rosso in viso per l’imbarazzo.
“Poche storie,” sorrise la donna. “Pensi non abbia mai visto un uomo in mutande?”
Salvatore avrebbe voluto replicare ma preferì non farlo, come poteva dirle che non si lavava da qualche giorno e le sue slip era chiazzate di urina? Sentendosi all’angolo, l’uomo tolse la felpa poi i pantaloni. Li sfilò più rapidamente che potè e, nel porgerli alla donna, si coprì il membro sotto le slip grige sporche.
“Ti vergogni?” chiese lei vedendo la sua postura curvata in avanti ed entrambe le mani a coppa che coprivano la zona del sesso.
“Ma no…” tentennò lui imbarazzato.
“E allora puoi levarle le mani, non siamo mica a scuola!” Con una mossa lei prese le braccia di lui e le spostò simultaneamente verso l’alto mettendo così in mostra la zona intima di Salvo: la donna vide un paio di slip consumate da sopra le quali spuntava un boschetto imbiancato che contenevano quella che sembrava una pesante proboscide il cui peso gravava sull’elastico. Là, dove la cappella dava al tessuto la strana forma di un fungo, qualche macchia di pipì.
A quella vista la donna sentì nuovamente un’onda di irruenta voglia: quello che aveva davanti era un uccello ben diverso da quello a cui l’aveva abituata il marito e di certo non si aspettava di trovare qualcosa di simile da un uomo dell’età di Salvatore.
“No, dai!” Protestò lui quando ormai lei aveva avuto il tempo di dare un primo sguardo all’attrezzo di lui. L’uomo liberò la mano sinistra e coprì nuovamente il pene come meglio potè.
Jaima gli si avvicinò sorridente, “non essere sciocco” disse, “per qualche macchia?” La donna si abbassò, portò la bocca vicino alla protuberanza coperta dal tessuto macchiato e cominciò a leccare la sporgenza pennellandola in maniera verticale. Si avvinghiò alle cosce dell’uomo e avvicinò ulteriormente la bocca poi la aprì e si infilò quanto poteva dentro.
Salvatore, incredulo, mise una mano sui capelli di lei. “Jaima, che fai?” Ma la donna non rispose, imperterrita continuò a succhiare la cappella da sopra gli slip macchiati e puzzolenti.
Eccitato, Salvo la lasciò fare ancora un po’. La sua mano strinse i capelli fra nuca e chignon poi, tirando, costrinse la donna a staccarsi. “Vieni con me!” Si girò e, trascinandola quasi di forza, la portò in camera e la spinse sul letto, tirò giù le slip mettendo in mostra il fallo, lungo e carnoso, per niente duro. La donna si mise a sedere ma prima che potesse proferire parola l’uomo si gettò su di lei strappandole via di dosso la maglia e il reggiseno. A quella mossa le tettone nere ballarono incontrollate, Salvo le fermò per quanto quelle dimensioni esagerate glielo permettessero e, dopo averle divaricate, le chiuse attorno al suo uccello.
Jaima prese a gemere di piacere per quel trattamento, erano mesi che suo marito non la toccava più e ora le sembrava di esser passata improvvisamente all’altro lato del piacere.
Salvatore rimase a schiaffeggiare le mammelle della donna poi, presala di nuovo per i capelli la obbligò a sdraiarsi, si pose sopra di lei strusciandole l’uccello in faccia. “Succhialo ora.”
Senza farselo ripetere, lei accolse il pene in bocca pompandolo come meglio le consentiva quella posizione. Nel mentre Salvo le abbasso pantaloni e intimo portando alla luce la figa nera completamente bagnata. “Mmmmmm,” si limitò a dire nell’osservarla. Aprì le due labbra con le dita e vi tuffò la lingua voglioso di bere tutto il succo di lei. Il lavoro di lingua della donna sul cazzo cominciò a dare i suoi frutti, all’interno della sua bocca il membro si induriva ad ogni istante gonfiando e diventando sempre più difficile ospitarlo così in profondità. Arrivata al limite, lei spinse via lui per la necessità di riprendere fiato.
Salvo si stese sul letto, ora con il cazzo duro ben dritto, la donna, gattonando, gli si sdraiò affianco e i due si scambiarono lunghi baci dove le loro lingue danzarono mentre la mano di lei segava la proboscide carnosa di lui. “Che bell’uccello che hai Salvatore… Così grosso…”
Lui sorrise. Si spostò sopra di lei e le fece divaricare le gambe, strusciò un po’ la cappella contro la figa poi la penetrò con un unico colpo secco. Il pene durò la trafisse con violenza, la donna gemette di godimento mentre lui cominciava a stantuffarla aumentando vorticosamente il ritmo. Quando Salvo ebbe trovato il ritmo si distese su di lei per approfittare delle gargantuesche mammelle che dondolavano incontrollate davanti a lui. “Bella tettona…” disse mentre giocava coi capezzoli dai quali gocciolava latte materno. L’uomo avvicinò la bocca a uno dei capezzoli duri e prese a succhiare avidamente mentre sotto di lui Jaima finalmente poteva godere come da tanto non le capitava più.
L’uomo aumentò il ritmo, si staccò dai seni e inarcò la schiena obbligando lei ad alzare le gambe andando così a scoparla leggermente più a fondo. Con il nuovo appoggio i colpi si fecero più violenti e secchi, ad ogni botta la donna gemeva goduriosa mentre la sua lingua mulinava l’aria sbavando. “Sììììì,” gemette lei, “mmmmmm… daaaaiiiiiiiii…”
L’uomo, quasi al limite, preferì rallentare il ritmo ma l’eccitazione per quell’improvviso colpo di fortuna era stata troppa e troppo grande, giunto al limite sfilò il cazzo che ora era rosso e bollente cercò di farlo raffreddare ma la vista della donna e della sua goduria gli prevaricava ogni possibilità di rimandare l’eiaculazione peri cui, spinto dalla voglia, prese di nuovo i capelli di lei forzandola ad alzare la testa, le portò l’uccello davanti la faccia e le schizzò il viso con due fiotti corposi di sborra bollente. “Tieniiii… mmmmmm…” riuscì a dire accompagnando i brividi dell’orgasmo. “Tutta per te!”
Dopo la venuta, Salvatore si sdraiò sul letto accanto alla donna visibilmente soddisfatta. Lei si accostò a lui e si abbracciarono nel silenzio della camera. Salvo aveva alcune domande a ronzarle in testa ma preferì tenersele per se; non sapeva quanto di quello che si stava domandando adesso avrebbe potuto rovinare quel momento. Anche Jaima stava zitta, una mano fra le cosce a titillarsi la figa fradicia e calda per prolungare la goduria. Nessuno dei due sapeva se quel momento avrebbe avuto un seguito o meno ma entrambi erano sicuri che l’altro aveva avuto piacere da quell’atto spontaneo.

Autore:
Steto



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