‘Pene’ dell’Inferno

dobbia penetrazione: racconto erotico

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Patrizia è un serpente incarnato in un corpo di donna maggiorata, una troia difficile da lasciare e difficile da sposare. Per me, è impossibile vivere con lei e senza di lei, bionda senza cuore e tutta culo. E’ come una maledizione piovuta direttamente dall’Inferno.

Sono sempre stato molto geloso delle mie donne, ma con lei ho dovuto arrendermi e dimenticare l’orgoglio. Ho provato a lasciarla, a sparire, a legarla in casa per evitare che mi tradisse, a provare la tattica della compassione. Non è servito a niente…

Quando cercavo di svegliare la sua compassione, reagiva con un sadismo distaccato che mi riduceva ad uno zerbino umano. Me ne sono innamorato follemente e niente mi ha distolto dalla voglia di dividere la mia vita e il mio letto con lei. E’ calda, infuocata,  fantasiosa e molto troia. Abbiamo fatto porcate dappertutto. All’inizio, il nostro rapporto filava liscio come l’olio – ne serviva parecchio, fortunatamente. Poi sono venuti i guai, a catena.

La prima volta, l’ho sorpresa al bagno pubblico di un cinema, mentre si faceva inculare a turno da tre uomini disposti in fila. Da allora, se li è portati pure a casa, i suoi maschi clandestini.

Il primo paletto di carne umana in berta con cui l’ho sorpresa, tornando dal lavoro un pomeriggio, è stato quello dell’elettricista. E’ rimasta incinta e ha dovuto abortire, quella volta. Dopo una mezza dozzina di storielle come questa, ero deciso a sbarazzarmi di questo incubo, ma l’amavo e cercai, per l’ennesima volta, di capirla suggerendole di ricoverarsi per il suo bene e il mio.

Andavo a trovarla tutti i giorni, ma poi ho capito che una ‘malattia’ come quella di Patrizia è… ‘inculabile’ e basta. In clinica, s’era già fatta fottere da due infermieri e dal medico curante. Pure il centralinista aveva inzuppato il biscotto dentro l’immonda tazza di Patrizia.

Per la rara forma di ninfomania di cui soffre, non esiste cura ma la medicina… quella non manca mai. Medicinale umano, in forma solida e liquida, di cui ha fatto indigestione anche in clinica.

Durante la ‘convalescenza’ a casa, mi ha confessato che aveva bisogno di due cazzi insieme e non per semplice capriccio. La cosa più grave è che diceva di avere un altro fidanzato, bravissimo a inculare e di cui s’era perdutamente innamorata. Ammetteva di amare anche me, in maniera diversa, e che non voleva rinunciare al nostro rapporto. Insomma, quello che mi chiedeva era il classico ‘due cazzi e una capanna’, la sua, perennemente unta e in calore. Soffrivo, sudavo e mi rassegnavo. Una rassegnazione a metà che fa stare male.

Il tizio di cui s’era perdutamente innamorata l’aveva rimorchiato per strada. E’ una vera adescatrice urbana, la conosco bene… Il dannato giorno in cui questo tizio ha suonato alla  porta per l’ennesimo incontro piccante, c’ero anch’io in casa e lei lo stava già aspettando a gambe aperte.

Appena entrato in stanza, Patrizia l’ha letteralmente pregato di calarsi pantaloni e mutande subito, mentre lei scopriva sfacciatamente il culo senza neanche salutare e presentarmelo, mostrando distrattamente i suoi buconi allenati e allentati da tanta tera-pia.

Soffrivo e non sapevo che fare, ma era arrapante da morire. Si è sciolta con una mia disperata slinguata sulla fregna, con cui m’illudevo forse di delimitare il mio territorio. Iniziava così la cura quotidiana e, mentre assaggiavo il brodo della sua spacca colante, le permettevo di avvolgere con la bocca carnivora l’altro cazzo imbarazzato.

“Ciuccia, tesoro, che ti passa” le dicevo io con un tono cinico e risentito.

Patrizia, che non accetta ordini da nessuno, ha fatto qualcosa di diverso: se l’è ficcato in pancia per non darmi soddisfazione. Ho reagito tappandole la bocca con forza, quasi a vendicarmi delle sue eterne porcate. Se ne stava con la bocca attaccata al cazzo rivale, quando le ho bucato la fica. Sfondandola con fierezza, mi tuffavo nel canale elastico del culo come un cinghiale ferito.

Preso da un raptus vizioso e assecondante, mentre inculavo facevo largo all’invitato. Gli dicevo d’infilarsi davanti, che c’era posto, di pompare contemporaneamente la sorca seguendo un loop contrario al mio ritmo anale. Lui obbediva volentieri lasciandosi ingoiare dal figone di Patrizia finché non ha chiesto di più: voleva lo sfintere e lasciava a me la spacca unta.

Vinti dal sudore, alternavamo così i nostri uccelli sciacquandoli nei fondelli e nel sorcone della mia Patrizia finché, svolazzandole in bocca, non abbiamo scaricato il nostro veleno di sperma sulla faccia e sulle poppone tutte da imbrattare.

Dopo questa vicenda, s’è innamorata di tanti altri cazzi di passaggio e io sono l’unico allocco che ancora convive col suo incubo.

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