La ‘cappella’ adultera



Moglie troia cornifica il marito col vestito da sposa

Cornificare il marito novello vestita da sposa, subito dopo il sì. Il massimo del brivido adultero per Luce, la sposa che ha commesso volentieri questo peccato all’interno di una cappella con la paura nel sangue e la libidine eccitata dal rischio.

Ha confessato tutto in una lettera scritta a sé stessa, la prima notte di nozze, dopo aver trombato con suo marito durante la luna di miele (e fiele) ed è proprio lei, Luce, a raccontarci tutto quello che ha provato. Pubblichiamo la sua ‘confessione’ hard.

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La lettera di Luce

Mi piace il contrasto. Mi trovo in un paesino ed è festa grande perché mi sposo. I chicchi di riso sembrano schiaffeggiare la mia natura porca, camuffata da un abito bianco e immacolato. Recito la parte della vergine che si trova davanti alla prospettiva di una vita semplice, fatta di devozione e noia. Sorrido a gente che non conosco e regalo baci al mio sposo, ignaro della mia insaziabile follia… Una macchina fotografica e una telecamera riprendono il nostro fare ipocrita e così perbene. Divertente, davvero…  Il prete mi guardava con una faccia, cinque minuti prima che uscissi col mio sposino…

Francesco mi avrebbe scopato lì, tra gli scalini della chiesa, ma non stava bene, era un’irrealizzabile assurdità. Assurdo quanto desiderarlo e non farlo. Tutto filava liscio e moscio e nessuno dei miei amanti aveva, fortunatamente, fiatato mentre sull’altare io e Francesco ci scambiavamo un sì/non so… Le scarpette bianche mi andavano strette, come tutta la situazione. Una manciata di ragazzi si felicitavano con me per quella mia scelta pazza e improvvisa e, intanto, tra un bacio e un altro, mi sussurravano all’orecchio: “Mi mancherà il tuo culo, quanto mi mancherà…”.

Il più testardo di loro, che forse era ancora un po’ troppo cotto di me, aveva un’aria strana. Il più fico del paese stava ancora sbavando dietro alle mie cosce indiavolate. Voleva parlarmi, da solo. Torniamo dentro, la chiesa era deserta e scegliamo l’angolo più tranquillo di quel posto sacro. Quell’odore di candele mi dà alla testa e mi mette un po’ di soggezione. Decidiamo di sgattaiolare in un corridoio freddo, che ricordava più la sala d’attesa di un ufficio statale che non quello di una chiesa. Ci rilassiamo e Corrado comincia a blaterare qualcosa, a voce bassa. La sua testa era piena di perché: perché l’hai fatto?, perché non mi hai avvertito?, perché hai scelto lui?, e via domandando…

Non rispondo a nessuno di quei banali perché e mi piazzo sopra di lui, reggendomi con una mano al suo cazzo scappellato e barzotto. Strofino i miei guanti bianchi e rasati contro quella pelle offesa e tesa. Gli piaccio, vestita da sposa, e mi lascia fare quella sega dissacrante. Avevo una paura pazzesca: più mi batteva il cuore, più sentivo battere la verga di Corrado, che aveva dimenticato completamente la tana che avevamo scelto per la nostra porcata imprevista.

Scosto il velo bianco dal viso e lo servo di bocca. Lo pompo piano per non far rumore, lui soffoca gemiti di rabbia e godimento. Non faccio in tempo a togliermi le mutandine che già mi sento trivellata di colpi, da dietro. Mi affonda sperando in qualche mio ripensamento sulla scelta di restare o meno con mio marito. M’incula con la violenza di un cane in astinenza e capisco che il matrimonio non fa proprio al caso mio. Si schiudono la prima e la seconda entrata anale e l’umore che cola mi convince: sono una troia ed è l’adulterio che mi eccita più d’ogni altra cosa al mondo.

Forse mi sono sposata proprio per godermi il momento migliore: non stare alle regole, non fare il gioco della fedeltà che secca, seccante, nel senso che asciuga.

Quella, se ricordo bene, è stata l’inculata più vissuta del mio fondoschiena e della mia trasgressione velata di bianco. L’ho sempre tradito, il mio Francesco, che al contrario mi ha sempre giurato e dimostrato una fedeltà sfacciata.

Mentre ingoiavo lo sperma amaro e amareggiato di Corrado capivo che non avrei mai lasciato il mio sposo per lui. Troppo puttaniere…



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