Il ricordo



 

Treno. Venezia-Bologna. Il ritorno, sempre più triste. Bisognava smetterla, non ci si poteva vedere così saltuariamente. Oddio, com’era bello.

Si erano incontrati al Caffè Doriani ma, non si conoscevano. Uno scambio di sguardi però li avvicinò immediatamente. Fu lui ad avvicinarsi ed io fremevo. Il ricordo di come fremevo… ma non potevo sorridere, sarebbe stato troppo grossolano, volgare. Mi limitai ada ccavallare le gambe, signorilmente. Lui lo notò e iniziò a sorridere. Si sedette e iniziammo a conoscerci. Di dove sei, che fai qua a Venezia, che lavoro fai, di che colore hai gli slip, se sei impegnato o no… e deciso che forse non eravamo impegnati ed era bello il contatto della mano sulla spalla e la lieve carezza tra le nostre ginocchia…

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Ci incamminammo alla ricerca di una stanza. Tra calli e slarghi , tra un bianchetto e un tramezzino ai gamberi… lo desideravo ardentemente.

Finalmente l’Hotel Ambassador alla cui reception c’era una cicciona ci fece grazia ed avemmo una camera.

Il percorso fino alla stanza fu lungo perché lui iniziò a baciarmi e ci trascinammo allora verso la stanza con le camicie fuori e un minimo di affanno. Quando fummo dentro si scatenò il piacere.

Mi baciava la bocca e stuzzicava i capezzoli, a petto nudo mi guardò e poi attacandomi al muro iniziò ad esplorarmi. Mi carezzava, toccava, palpava ed io mi eccitavo e il pene divenne duro. Lo prese in mano ed io presi il suo. Diiommio come era grosso! Gemetti.

Ora mi guardava  fisso negli occhi e mi chiese, allora io grato dissi: “stai sotto tu”.

Mi preparai ad accogliere quel pene enorme, dritto come una spada forgiata d’argento e grosso quanto un cactus del deserto. Non riuscivo a ricordarmi se ne avevo preso di più grossi, all’amo, ma no, quello era il più grosso che avessi mai visto e toccato ed ora stavo per prendermelo dentro.

Quel Giorgio mi aveva preso, però mioddio darglielo così al primo nemmeno appuntamento.. che troia che ero. Ma non potevo più tirarmi indietro, si sarebbe offeso, impermalosito… l’unica era puntare sull’ooposto: essere più troia possibile in modo che Giorgio non avrebbe più fatto a mano del piacere che IO gli elargivo.

Ci spogliammo, nemmeno un filo di pancia, asciutto e quasi con la tartaruga e quegli occhi neri così espressivi che mi avevano sedotto, le gambe muscolose ma, non troppo e quell’uccello divino che si ritrovava in mezzo alle cosce. Mi condusse al letto, allora io gli salì sopra e a gambre divaricate, cercando di non assumere posizioni oscene, orribilmente volgarmente inestetiche me lo infilai in culo, lento, giocando come un fiorellino al vento glielo assorbi. Fino in fondo. Giorgio mi guardava compiaciuto, in preda ad un piacere inatteso, in piena mia balia. Mi sarebbe bastato poco a farlo venire ma non volevo muovermi. Volevo che sapesse che lo avrei preso tutto, tutto quanto come era. Pacchettò sconosciuto compreso.

Gemette e il suo pene si irrorò di sangue caldo allora non potei fare a meno di godere anche io.

Lui bevve il mio seme ed io mi sentiì dilaniato da quell’amore nascente, esordiente. Graziato da un incontro eccellente che non avrei mai più potuto dimenticare.

Deos gratias, dissi in silenzio e Giorgio vennè. Parse una esplosione interna al mio corpo che sobbalzò, sussultò, si aprì al cielo del divino piacere.

Amen

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