Tutti x una, una x tutti



La gang bang – ovvero, la sfida carnale di una donna con un minimo di quattro uomini tutti per lei – è il fantasma erotico più ricorrente e vivo nella testolina bacata delle donne di oggi e di ieri. Ieri se ne parlava poco perché non si poteva, oggi più che parlarne si passa ai fatti. E’ il fantasma femminile numero uno. Perché?! Vi chiederete voi… Le donne hanno una mente strana e capricciosamente vigliacca.  A loro piace sentirsi padrone e protagoniste del gioco di squadra hard, dell’alcova affollata, e nello stesso dannato momento si divertono a passare per vittime, agnelli sacrificati al dio cazzo. Fanno le vittime e, intanto, ci godono a farsi servire dai loro maschi burattini.

Oggi, soprattutto le ragazzette si annoiano a fare le monogame, a fidanzarsi o pensare di metter su famiglia. Vogliono fottersi più uomini possibili. Li illudono di dare il via all’aggressione di gruppo – orale, anale e doppia – come vittime indifese, strillano come gallinelle da spennare ma, in realtà, il gioco multiplo lo vogliono e lo guidano loro, le femminucce della nuova generazione, le ragazze diaboliche dal visetto d’angelo.

Monica  se l’è scelti tutti belli, robusti e ben dotati, i suoi quattro uomini invitati al suo ventesimo compleanno. Li ha avvertiti subito, tanto per evitare perdite di tempo e fraintesi:

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“Sono la vostra torta e dovete darvi da fare, carini… Guai a voi… se non mi fate divertire come si deve, non vi voglio più né vedere né sentire!”.

Ha una faccia da schiaffi e un fare così prepotente che nel culo se lo merita davvero, Monica.

Dopo aver stappato la bottiglia, voleva farsi tappare senza perdere più tempo prezioso. I suoi genitori erano partiti e il suo ragazzo era sistemato: era bastata una bugia pensata al volo per non farsi neanche cercare. Quanto ci godeva, la zozzarella, a raccontargli menzogne di tutti i tipi, a farlo cornuto con tutti. S’era fidanzata solo per il gusto di tradirlo di continuo, la troietta…

Tolto il vestitino inutile che copriva a malapena le sue fresche e giunoniche rotondità, Monica si sistema al centro del gruppetto e ordina:

“Toccatemi, toccatemi tutta…. Fatemi bagnare la fichetta che ne ho voglia… Voi due, in ginocchio, e voialtri, in piedi… usatemi come una bambola gonfiabile da strapazzo…” questa e tante altre frasi porche avevano arrapato non poco i suoi maschioni e lei muoveva i loro fili con facilità.

Reggiseno e mutandine rosse calate,  calze e reggicalze infuocate di libidine, stivali neri con tacco altissimo. Dopo pochi minuti, s’era tolta tutto tranne gli stivali. Fradicia come una puledrina alla sua prima monta, si sistemava come una cagnetta sul pavimento a maneggiare cazzi, felice e padrona del suo tempo. Tocca qua e mena là, le era venuta un’acquolina in bocca e in… gnocca difficile da spiegare. A turno, si attaccava ai quattro biberon pieni di latte agro.

Leccava e ingoiava quei pali tesi di insana voglia di giocare e la sua bocca era fiera di averli ridotti (anzi ingrossati) in quel modo. Se ne pappava due alla volta e, chiusa nel suo guscio perverso, la piccola bocchinara ripensava a tutte le marachelle sessuali che aveva vissuto alle spalle del suo ragazzo. La fica lei non la dà via tanto facilmente: è l’unica parte del suo corpo che sa dare soltanto al suo fidanzato. Chissà perché… Se lo pianta ferocemente nel culetto come se non facesse altro dalla mattina alla sera.

Gli occhi le lacrimavano e il buchetto arrossato pure. Uno di loro aveva insistito e l’aveva tappata anche davanti, mentre l’altro sotto stantuffava nei fondelli e un terzo la lasciava senza fiato cacciandoglielo come un ossesso nella bocca. I quattro cani liberi dalle catene dei pregiudizi si ficcavano a turno dentro di lei, in tutti i modi possibili. Va bene, la fichetta preziosa aveva ceduto ma lei non ci faceva caso. Lo sentiva solo nel culo, solo lì. La sua sorca era come anestetizzata dalle impalate anali che la stordivano tutta.

Piegata a raffica sotto il peso del cazzo, si lasciava violare e il trucco colava insieme ai suoi umori perversi. Scivolavano così bene tutti quegli uccelli, dentro e fuori la stretta circonferenza del suo nido immondo. E’ lì dentro che aveva conosciuto, per la prima volta, il sesso. Ogni volta che si faceva inculare, era la prima volta e quasi si commuoveva.  Era forse per quella maiala commozione che le lacrime scendevano scontrollate dal suo viso? O forse, ogni tanto, provava un po’ di rimorso per il bravo ragazzo, fedele e devoto, con cui s’era messa? Non ci capiva più un cazzo, Monica, mentre schizzettava come una fontana balordina.

Lacrime sul viso e sotto e, poi… quattro getti sincronizzati che le imbrattavano il musetto impunito…

La festa era finita ma la sua voglia di fregare in mille modi il suo ragazzo prestando il culetto ad altri, quella continuava… L’ha sposato, il suo ragazzo, e i cazzi suoi continua a farseli così bene…



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