Sfogata da un inserzionista



Sesso (pompino) in pubblico

Un matrimonio andato a puttane, letteralmente. Mio marito ne frequentava abbastanza, di mercenarie, e io me n’ero accorta tardi, ma ancora in tempo per mollarlo. Ci eravamo lasciati definitivamente.

Dopo anni di vita coniugale, quando torni ad essere di nuovo sola, ti senti un po’ spaesata. Avevo perso ogni possibile contatto con i vecchi amici e non riuscivo a rifarmi una vita da single a breve termine. Un’amica molto intima mi aveva permesso, qualche volta, di farmi distrarre con scapoli o divorziati ma… nessuno mi attirava abbastanza, anche soltanto per sfogarmi in una salutare scopata. La classica ‘botta e via’ che non lascia alcun segno nel sangue.

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Non ero soltanto molto arrapata, in quel periodo. Avevo proprio bisogno di vivere una fase diversa, fatta di emozioni forti. Mi sentivo stranamente apatica, sognavo situazioni clandestine molto porche per sentirmi una femmina nuova.

Ho deciso di fare il tentativo più banale, che è anche il più efficace: l’inserzione hard online, caricata di aggettivi molto spinti.

“32enne viziosa e porca contatterebbe giovane stallone per scopate sicure e profonde, situazioni piccanti. Prima esperienza. Gradite educazione e pulizia”.

Volevo una verga senza volto, funzionale, tosta, di poche pretese sentimentali e grosse esigenze carnali. Chiedevo a me stessa: possibile che sei diventata così zoccola?! Dopo la separazione col marito infame, lui non mi mancava più; mi mancava una vita che non ho mai vissuto, lontana da moralità e doveri coniugali.

Ho ricevuto subito molte, troppe risposte complete di numeri telefonici. Tra queste, mi ha colpito il messaggio di un ragazzo, l’unico che non aveva inviato né foto né telefono. Si dichiarava molto interessato ed avrebbe mandato i suoi recapiti soltanto dopo aver ricevuto un mio OK. L’idea iniziale del cazzo senza volto prendeva forma.

Ho accettato subito e sono andata all’appuntamento. Tutta quella clandestinità mi faceva bagnare anche perché… pioveva, quel pomeriggio. Ma la pioggia vera era quella che grondava dalle mie cosce mentre raggiungevo il luogo stabilito: la fermata di un certo autobus in una certa via.

Si è seduto accanto a me un tizio che sembrava un insegnante d’italiano. Era timido ma deciso e si muoveva a scatti. Ci siamo guardati, io ho preso il mio smartphone e ho composto un numero. Il suo cellulare nella tasca ha preso subito a squillare. Era lui.

Non ho perso tempo: mi sono guardata intorno, ho fatto scorrere lo zip dei suoi pantaloni e l’ho preso in bocca. Era enorme e mi regalava tra le labbra spalancate al massimo la sua maestosa erezione. Ho fatto questo, alla fermata di un autobus, con la paura e l’adrenalina nel sangue. Ci è mancato poco che lui svenisse, mentre io per qualche minuto lo servivo di una gran pompa, pericolosissima, frenando i crampi alla pancia dalla voglia di farmi sfondare.

Leccando la sorca depilata, lo sconosciuto andava su di giri. Si liberava l’uccello dalla patta dandomelo in bocca, indurito e marmoreo. Sì, abbiamo ricominciato tutto daccapo appena siamo entrati a casa mia…  Un tiro secco giù nella gola, non lo guardavo neanche in faccia. Mi servivo della biscia sconosciuta proprio come nelle mie fantasie. Erano mesi che non fottevo a ruota libera, anzi erano anni. Mio marito ha sempre scopato per il suo godimento: pochi minuti e se ne veniva lasciandomi con la fregna trascurata che saziavo da sola, con le dita o vibratori.

Il tipo non fiatava, non parlava d’amore eppure afferrava all’istante, con un raro intuito animalesco, le mie voglie, i miei bisogni da saziare, più di un qualsiasi marito egoista.

S’incastrava duramente, lo lasciavo fare. Si muoveva ad un ritmo sincronizzato con il mio, con i tempi della mia fica fradicia e affamata.

Gli ho spalancato a lungo i miei buchi in una pecorina liberatoria colando un fiume di umori repressi, avvertendo brividi violenti che mi scuotevano il cervello. Ficcava come poteva, dove voleva, si accomodava brutale nelle mie viscere fino a sbattere contro di me con i suoi coglioni pieni. Accoglievo l’arnese servizievole nel ventre in tutte le possibili posizioni, anche quelle scomode che poi, il giorno dopo, ti lasciano qualche ammaccatura e lividi sulla pelle. Ho sborrato a più riprese, folgorata dalla sua prepotenza, insistenza, resistenza.

Dopo l’ultimo lungo orgasmo, ho voluto esagerare: l’ho afferrato mirando ai fondelli. Ho fatto tutto io e gli occhi dell’inserzionista brillavano, nell’istante in cui il mio ano di burro ha ingoiato senza ostacoli il randello tiratissimo.

Zaffate potenti mi castigavano lo stellone di carne… urlavo come una pazza… le pareti anali non cedevano sotto i colpi di un cazzo da molto tempo e mi scioglievo in un bagno di liquidi. Lo sentivo crescere nell’orifizio vizioso – come una femmina in gravidanza, che sente crescere l’embrione e il feto nel ventre. Sentivo quel tipo di tensione che prepara l’uccello alla venuta. Ha voluto rientrare in sorca, prima di svuotarsi…

Quel particolare, lungo pomeriggio mi ha iniziato a nuovi mondi. Nessun inserzionista, tra tutti quelli che ho incontrato dopo, mi hanno mai fatto perdere la testa. Inculata sì, ma solo per libidine, non per false promesse a cui non credo perché non mi servono più.

Aspettare che qualcuno ti risponda finché… non ti ritrovi faccia a faccia con la sua testa di cazzo eretta al massimo. Un animale sconosciuto di cui ricordare il sapore, con tutte le contrazioni e i colpi che è capace di regalare.



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