Ricca (e) sfondata

sesso sulla panchina di giorno

Mi chiamo Guido e sono l’autista privato di un’ereditiera lunatica, arrogante e piena di pretese, che ha il comando nel sangue. La cosa peggiore è che è giovane, bella e sensuale. Ho Saturno contro.

Quella donna, prima o poi, mi farà diventare pazzo. Corro questo rischio per tanti motivi. Primo: non sono tagliato per obbedire, tantomeno se a darmi degli ordini è una donna. Quella sua aria da dama ripulita, da non contraddire mai, mi fa ribollire il sangue.

L’altra cosa che mi fa rimescolare il sangue, tutte le volte che le apro la portiera dell’auto per farla salire, è quel suo modo di fare la vipera riempiendomi la testa di stupide chiacchiere, mentre mi fissa con l’aria di chi pensa a ben altre cose. Quella sua ipocrisia da finta borghese, puttana dentro e anche fuori, che deve recitare la parte della signora da coccolare…

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Certo, non sta bene darla ad un servo ma, col tempo e con i fatti, ho capito quante cose le frullavano per la testa. Un autista sveglio come me fa sempre comodo alle puttane profumate come Cinzia. La sua arroganza sadica mi fa rabbia ma per una come lei, alla fine, ho deciso di tentare la carta dell’obbedienza. Ho accettato, tutti i giorni, di dire la dannata frase: “Sì, padrona…” sorridendo a comando per farle piacere, per farla sentire importante.

L’aspettavo per ore, quando andava dai suoi amanti. Una volta, l’ho aspettata fino all’alba in macchina, d’inverno, facendomi dolorose seghe all’idea delle porcate che si godeva.

Mi ha fatto penare tre mesi, prima di decidersi a darmela. Mai, neanche per un istante, è stata dolce o arrendevole con me. Mai. Sempre a dirmi “fa’ questo, fa’ quello”, a suggerire le posizioni, a spazientirsi se stava scomoda sul sedile. Più tentava di umiliarmi e più me lo induriva.

Le donne facili mi piacciono, certo. A chi non piacciono? Ma sudare libidine con una come la mia padrona, beh… fa indurire di tensione come davanti a un derby, ve l’assicuro.

Cinzia è tutta matta, una cavalla pazza che vuole solo manichini intorno a lei. Se sono riuscito a ficcarla dappertutto è perché l’ha deciso lei, è chiaro. E l’ha deciso così, di punto in bianco.

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Un bel giorno, mentre l’accompagnavo dal suo notaio (si fotteva anche lui), mi ha chiesto di fermarmi ad un giardino, in centro. Si era vestita troppo sportiva per i miei gusti e aveva chiesto (ordinato) anche a me di vestirmi ‘comodo’.

Mi ha fatto parcheggiare, avanzava verso il giardino, l’ho seguita come un cane. Era deserto. Ha scelto una panchina qualsiasi, sdraiandosi ha sollevato il vestito. Non indossava le mutandine. Mi ha chiesto di far scorrere lo zip dei pantaloni e di abbassarli.

“Vieni sopra e scopami, tanto ci metto un attimo a fartelo indurire, appena sentirai come mi cola la fica… voglio che me la sfoghi bene…. Hai capito?”.

Un cazzo di marmo, questo avevo in mezzo alle gambe, e ci è voluto qualche secondo del suo tono da puttana dominatrice per ridurmi così. Non ho mai obbedito tanto volentieri come in quel momento. L’ho inforcata su quella panchina fredda senza neanche guardarmi intorno.

Puttana… era fradicia e calda, un paradiso di carne tenera e famelica. L’ho riempita di cazzo dappertutto e la chiamavo ‘troia’, lei non fiatava e orgasmava. Non lo capivo dai gemiti, ma dalle contrazioni fortissime della sua sorca padrona e perversa.

E’ rimasta tutto il tempo supina e, in quella posizione, ha accolto il mio cazzo in corpo dappertutto, ordinandomi di sbatterla avanti e dietro, di spremerle fica e culo fino all’ultima goccia di libidine che le colava come da una doppia fontana.

Più la sbattevo e più speravo in nuovi sporchi ordini per non far finire tutto troppo in fretta, nonostante la situazione pericolosa che faceva salire ancora di più l’adrenalina.

M’ha intrappolato il cazzo per non so quanto tempo, lo ingoiava nei due buchi brodosi, non l’ha mai preso in bocca (le sarebbe sembrato troppo ‘servile’). La scopavo e la inculavo a fasi alterne.

Mi tuffavo nel suo inferno di carne bucata, la inchiodavo servile e rabbioso e le piaceva. Mi sono sbucciato il pisello preso da una foga che non scatenavo da troppo tempo. Le sono scivolato nel culo senza ritegno, affondando e sfondando, sparando un colpo dietro l’altro fino a farmelo bruciare per l’urto carnale.

L’ho gonfiato, quel suo gran culo da padrona imprevedibile, fino a costringerla a dire basta, a pregarmi di sborrarle dentro. Un’ondata nella fica, un’altra nello sfintere gonfio.

A prolungare all’infinito il mio orgasmo è stata la visione della sua faccia da lupa struccata, senza più maschere da indossare. Per la terza ondata, ho puntato proprio il suo viso da finta borghese, teso di piacere sfogato. Non la finivo più di struccarla e imbrattarla e versare sborra come se stessi versando lacrime davanti a un film drammatico.

La mia padrona è ricca (e) sfondata e adora gli uccelli servi come il mio…

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