Il prezzo duro dell’affitto



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Come spesso accadeva di lunedì sera mi andavo trastullando beato nell’intimità della mia stanza, tra una serie TV di dubbia qualità e biscotti altrettanto scadenti, totalmente incurante dell’esame che mi attendeva inesorabile da lì a pochi giorni. Tutto era ordinario, tranquillo ed immobile come spesso accadeva nella noia di quelle quattro mura, e quella sensazione eterea pareva destinata a protrarsi immutata nelle ore a venire, quando invece un urlo feroce squarciò il silenzio come una lama affilata, un urlo feroce di femmina che gronda rabbia e cattiveria e nulla di buono. La porta si spalancò sbattendo sul muro con un tumulto, e Lucia apparve sulla soglia, ritta sulle gambe e con le braccia incrociate al di sotto del seno voluminoso.

Lucia era la mia coinquilina. Lucia era anche la giovane proprietaria della casa in cui da qualche mese vivevo.

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Visibilmente alterata, spalancò la bocca e mi investì con tutto il suo disappunto, grida colme di impeto e acida supponenza.

«Ascoltami bene, pezzo di merda» esordì, benevola «queste è la quarta volta che te lo dico, e ti avverto che sarà l’ultima. DEVI PAGARE IL MESE, CHIARO? NON VOGLIO Più SCUSE, SEI Già IN RITARDO DI DUE SETTIMANE! ORA BASTA!» poi sembrò calmarsi per un attimo, e sospirò «Sei un bravo ragazzo e tutto, ma anch’io ho le mie scadenze da rispettare, mi capisci? Hai tempo fino a domani, poi sei fuori.»

Se ne uscì, così come era entrata, senza darmi tempo e modo di replicare.

Nonostante i modi rudi era una bella fica Lucia, tutta tette e culo e le altre curve al posto giusto, capelli rosso fragola e pelle chiara, qualche lentiggine qua e là ad impreziosirne il viso. La sua sfortuna era il caratteraccio che teneva tanti bravi ragazzi alla larga, mentre io vi trovavo invece quel non so che di grezzo e selvatico che mi attizzava ancora di più. Ma guai a pensare a cose del genere; era colei che teneva in pugno il tetto poggiato sopra la mia testa.

Ero nei guai. Al verde, il mio impiego da pizza boy non era bastato quel mese a pagarmi l’affitto, e anzi oramai mi rimanevano in tasca solo pochi euro per mangiare e sopravvivere. Non restava che chiedere qualche soldo ai miei, ma non lo facevo da mesi e solo l’idea mi faceva sprofondare nella vergogna. Cosa fare? Probabilmente Lucia non mi avrebbe davvero sbattuto fuori l’indomani mattina, ma c’era da giurarci che in un paio di giorni mi sarei ritrovato con il culo per terra.

Mi alzai, morale a pezzi, e mi diressi verso la cucina. Per stemperare la tensione l’unica cosa che mi riesce da fare è mangiare. Mangio, mangio, mangio. Non risolve i problemi ma dà una mano.

L’immagine di un grasso panino imburrato con prosciutto e cetriolini riempiva già la mia mente, ma perse del tutto consistenza quando udii una voce femminile cantare, e il mio corpo si arrestò. Proveniva dal bagno e stava scandendo una bella canzone di quelle tristi. Era Lucia. La posta era socchiusa, strano da parte sua, la sfuriata precedente l’aveva forse fatta dimenticare di quel particolare.

Mi avvicinai silenziosamente e sbirciai dentro di sottecchi. Appena nascosto dal vapore caldo dell’acqua bollente mi apparve un corpo stupendo, pelle bianchissima color latte immersa in una furiosa cascata di capelli rossi che proseguivano giù fino alle spalle magre. Più in basso, bello nella sua rotonda perfezione, quel culo così composto, quasi solenne, faceva da altare alle splendide gambe levigate e rese toniche dalle intense sessioni di palestra. Si voltò, e mi comparvero davanti i suoi grossi seni, pallide tette il cui candore era interrotto solo dal rossore dei capezzoli. Erano sode, rotonde, e molto più grandi di come me le ero immaginate al di sotto delle lunghe vestaglie che era solita indossare. Avevo in casa una creatura meravigliosa.

Sentii l’erezione crescere nei miei pantaloni, ingrandirsi a dismisura. Portai la mano sulla patta e cominciai a sfregare, dapprima dolcemente poi con sempre maggior frenesia. Poco dopo mi ritrovai con l’uccello in mano, menandomelo furiosamente, a occhi chiusi.

Quando li riaprii, difficile da descrivere con le parole, Lucia era lì davanti a me, ancora nuda e bagnata, braccia conserte sotto il petto straripante e lucida rabbia scintillante nello sguardo. Mi stava fissando.

«Tu…schifoso maniaco…PORCO!! RACCOGLI LE TUE COSE E VAI FUORI DA CASA MIA!! SUBITO!!»

Io per tutta risposta me ne restai lì, col pacco in tiro serrato tra le mani grondanti sudore, a fissare quel corpo da urlo che sembrava volesse trafiggermi con gli occhi. Proprio quegli occhi che ora erano fissi sul mio pene e non si staccavano, e allora mi parve di scorgere un leggero cambiamento nel suo sguardo, un veloce balenio in quelle profonde iridi color legno. Con un colpetto di bacino misi ancora meglio in evidenza la mia grossa erezione e allora fui sicuro: a Lucia il mio grosso cazzo piaceva eccome! E infatti mi bastò quel piccolo movimento per mettere le cose in chiaro, talmente in chiaro che lei fu subito su di me, in ginocchio e con le mani serrate ad artiglio attorno al mio membro.

Iniziò un leggero avanti-indietro, tastandolo piano con le dita e di tanto in tanto accarezzandolo teneramente con la punta della lingua. A me parve subito di impazzire.

«Sapevo che eri una cagna» mi lascia sfuggire, preso dall’eccitazione. Lei serrò più forte la presa fino a farmi male e facendomi pentire di quello che avevo detto, il pene ormai paonazzo per la pressione delle dita.

«Non usare più queste parole con me, hai capito bastardo?»

Io capivo certo, ma lei era già lì con metà del mio uccello nella sua bocca, poi tutto quanto fin quasi in gola, continuando di tanto in tanto a stantuffare con le mani. Mi appoggia al davanzale del bagno, tirandomi indietro con le braccia e gustandomi esterrefatto quel momento. Non mi capacitavo di quel che stava succedendo, ma allo stesso tempo era sul punto di venire. E infatti bastarono altri quattro-cinque minuti e mi lascia andare, dritto sul viso di Lucia, che non parve dispiacersene e si limitò a pulirsi con un pezzetto di carta igienica.

Mi prese per mano e mi condusse nella sua stanza. Si stese sul letto e dischiuse lentamente le gambe, accarezzandosi la passera delicata, il tutto senza dire una parola. Non avevo bisogno di altri segnali, mi gettai a capofitto in quel ben di Dio apparecchiato da non so bene quale fortuna. La sua rosea vagina era adagiata in un leggero letto di peluria rossiccia, con qualche gocciolina d’acqua sparsa ancora qua e là sulle gambe sode. Ardente d’un cieco desiderio le fui sopra, ma prima di occuparmi a dovere delle sue parti più intime, volevo andare alla scoperta di quel seno così morbido e invitante. Mi poggiai sulla sua pancia, accorto a non farle male, e poggiai delicatamente il pisello tra le sue enormi tette, iniziando piano a spingere. Lei allora se le prese tra le mani, stringendole a coppa, creando un morbido rifugio che pareva fatto apposta per il mio pene, che ora si andava dedicando ad una ritmo di spinta sempre più convinto. Con la sinistra le carezzavo i capelli, la destra si andava addentrando tra le sue gambe, alla ricerca di un tesoro per lungo tempo agognato e sicuramente mai sperato, fino a che le dita non furono tutte dentro di lei. Lei le accolse con un gemito sommesso. Era fradicia.

Capì che era giunta l’ora di passare alla portata principale. Mi staccai a malincuore dal suo petto e immersi la faccia tra le sue cosce, alle prese con un cunnilingus forsennato, quasi rabbioso. Lucia ormai ululava, sottomessa da un’eccitazione più forte di lei.

Non potevo più aspettare. Portai il pene gonfio davanti alla sua vagina completamente zuppa e iniziai a premere dolcemente contro quelle labbra così morbide, fino a quando non la penetrai. Cacciò un gridolino che rischiò di farmi uscire pazzo.

Iniziai a darmi da fare come meglio potevo, cercando di mantenere un ritmo costante ma deciso. Trattenermi stava diventando difficile, era tanto che non lo facevo e sicuro da anni con una donna così bella. La sua fica calda e umida era un luogo meraviglioso in cui entrare e restare. Lei continuava a godere e si aggrappò dal nulla alla mia schiena, graffiandomi con le unghie fino a farmi male, un dolore animalesco che da tanto non provavo.

Dopo poco la voltai a pecora e glielo infilai di nuovo dentro, tenendo le morbide chiappe strette tra le mie mani e sbattendola con rinnovato impeto e convinzione. Si reggeva al lenzuolo, lo artigliava quasi fino a strapparlo urlando come un ossessa; le piaceva, oh sì, e avrei giurato che anche lei era a digiuno da un bel po’.

Continuai così per un quarto d’ora scarso, poi non riuscii più a contenermi e raggiunsi l’orgasmo; mi tirai fuori e venni tutto direttamente sul suo culo, lucidandolo bene con la mia roba. Lei si voltò, guardandomi appena, e andò in bagno a pulirsi.

Quando tornò io stavo già uscendo dalla stanza come se nulla fosse successo, poi lei iniziò a parlare, con negli occhi uno sguardo che voleva dire niente e mille cose.

«Cosa c’è?» feci io.

«Puoi considerare il tuo affitto pagato, almeno per questo mese. Ora vattene.»

Uscii dalla stanza e tornai alle mie serie TV e ai miei biscotti, chiedendomi se tre giorni sarebbero bastati per preparare l’esame. Per un po’ forse avrei potuto mollare il lavoro in pizzeria, e dedicarmi agli studi e ai pagamenti puntuali dell’affitto.



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