Pausa sigaretta



fumatrice troia in bianco e nero

Quando la vide per la prima volta, riconobbe in lei il profumo della sua prima insegnante delle elementari. Trovò estremamente erotico quel dettaglio, visto che fondamentalmente, Diana non era né più bella, né più affascinante delle altre donne che lavoravano nell’ufficio difronte al suo.
Si incontravano solitamente la mattina e durante le pause sigaretta dopo pranzo. Quella sera Diana rimase oltre l’orario d’ufficio, per sistemare delle pratiche che le avrebbero dato del filo da torcere il giorno successivo per questioni di tempo.
Lorenzo, essendo un creativo non aveva veri e propri orari da rispettare, ma da buon stacanovista, smetteva di lavorare molto tardi quasi ogni sera.
Amava la solitudine del suo ufficio, quando tutti se ne andavano via dalle loro famiglie e lui rimaneva davanti alla luce fredda del suo tablet a disegnare le copertine dei libri che gli avevano assegnato.
Fu proprio per quella strana circostanza di eventi che Lorenzo e Diana finirono per incontrarsi quel mercoledì sera.
-Ciao, anche tu lavori fino a tardi, oggi?- disse lui, incontrandola sul terrazzino dei fumatori.
-Sì, come te del resto.- rispose, aspirando sensualmente dalla sua sigaretta.
-Beh, io lo faccio sempre. Lavoro ogni giorno fino a tardi.
-Abbiamo un lavoratore modello, allora!
-Non direi… è che fondamentalmente non mi piace avere gente tra le palle.
-Allora ti lascio da solo, tanto ho già finito con la mia sigaretta.
-Ovviamente la mia affermazione non era estesa alle donne stupende.
-Mi trovi stupenda?
-Solamente un cieco non ti troverebbe stupenda. Anzi, perfino uno di loro potrebbe capirlo… è un qualcosa che si sente anche dall’odore.
Aveva fatto centro, come d’altronde riusciva a fare sempre quando utilizzava il suo ascendente con le parole.
-Posso invitarla a prendere un caffè nel nostro studio?- domandò, tentando la sua mossa vincente.
-Ero sicura che la vostra macchinetta fosse guasta. Oggi i suoi colleghi non parlavano d’altro.- rispose lei.
-È vero, la nostra macchinetta del caffè è guasta.- rispose, senza aggiungere altro.
-Ma lei mi ha appena invitata a prendere un caffè.
-Lo so.
-Non capisco.- concluse, capendo tutto un attimo dopo.
Lorenzo non aggiunse altro, non ne aveva bisogno. I suoi silenzi erano più eloquenti di mille discorsi. Se Diana avesse accettato di seguirlo nel suo studio, avrebbe dovuto scopare con lui. Quello era tutto.
-Ok. Andiamo.- disse, per niente sicura della sua risposta.
Lo seguì nel suo studio come una gazzella avrebbe seguito un leone.
-Il mio ufficio è quello infondo al corridoio. Ti dispiacerebbe camminarmi davanti?-disse.
-Come mai?
-Perché hai il culo più bello che abbia mai visto e mi piacerebbe guardarlo mentre mi cammini davanti.
Ci sapeva fare con le parole.
Diana cominciò a camminargli davanti, mostrandogli il suo sedere in tutto il suo splendore. Gli anni di pilates iniziavano a raccogliere i loro frutti.
Una volta entrati nello studio, Lorenzo guardò intensamente Diana e le disse -inginocchiati.
Lei, colta da un profondo senso di sconforto, si mise in ginocchio. Era sempre stata brava ad ubbidire ad uomini carismatici e beh vestiti, anche se gli ordini che riceveva non erano mai stati a sfondo sessuale. La sua vocazione più grande era ubbidire.
Lorenzo estrasse il suo turgido pene dai pantaloni e lo sbattè in faccia a Diana, con modi poco garbati.
-Ciuccia.
Diana lo prese in bocca ed iniziò a ciucciare come una brava segretaria avrebbe iniziato a battere un testo al computer.
Lorenzo era abituato a vivere quei momenti con freddezza. Guardava quella testa castana ballargli sul cazzo, gorgheggiando con la saliva, impegnata ad eccitarlo come una schiava sessuale.
Non apprezzava le donne, ma si limitava ad utilizzarle e se loro erano così stupide da non capirlo era peggio per loro.
Lui era sempre e comunque quello che si faceva succhiare il cazzo.
-Vuoi che ti avverta quando sto per venire?- disse, fingendo un po’ di cortesia.
Diana fece cenno di sì con la testa, continuando a farli quel pompino che aveva iniziato più per accondiscendenza che per voglia.
Succhiava, succhiava e succhiava ancora.
-Vengo.- disse lui, quel po’ che bastava per avvertirla quel po’ che serviva per impedirle di fuggire dal tetto di sperma.
Eiaculò nella bocca di Diana e anche sul suo viso.
Gli occhi di quella ragazza erano diventati carichi di tristezza. D’un tratto la sua posizione di manager aziendale non valeva più così tanto ed iniziò a sentirsi un semplice contenitore di sperma.

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