L’azzurro fa bene agli occhi



“Come descriverebbe se stessa in tre parole?”
Caterina osservò attenta la persona che poneva la domanda e riflette’.
Lei non avrebbe saputo trovare quei tre vocaboli richiesti dall’insegnante che tentava di fornirle un tentativo di uscir dall’imbarazzo in cui si trovava. Alla chiusura del colloquio della maturità al quale aveva presentato per lo più materie di psicologia. E di quelle materie e di quella scuola poco capiva e non perché fosse un’asina. Piuttosto perché negli ultimi anni aveva coltivato più istinti carnali che psichici.
Volevano far terminare il penoso colloquio in via confidenziale. Magari con sorrisi. O come si dice…
A tarallucci e vino.
Lei però nemmeno tal risposta sapeva trovare.
“Come mi descriverei?”

Si domandò.
Pensò a come la descrivevano i conoscenti.
Solare. Tonica. Troia.

Ottimo.
Se solo quella non fosse stata una pessima risposta da dare alla commissione…. Ed il voto finale non sarebbe stato certamente ottimo.

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Tacque e infine con la sufficienza uscì dal maledetto edificio scolastico ringraziando per il calcio in quel suo bel culo che le aveva consentito di diplomarsi.

Era estate finalmente e Roma Tiburtina ardeva a più non posso, anche i convogli parevano sudare e sbuffare nell’atto d’arrancare sui binari. Belve striscianti all’arrivo faticoso.

Accese la quarta sigaretta del dì davanti alla stazione di un taxi in attesa e la gola si riempì di caloroso, insopportabile pulviscolo.

Doveva attendere le tre a tornare a casa in treno.
Due ore sola in stazione.
Il ragazzo uscì dalla vettura e propose il solito, labile, affatto convincente:

“Taxi?”

Cate frugo’ nella borsetta.
“Avendo dieci euro lo piglio eccome.”
Ma dieci era la rimanenza di tutti i suoi averi e ci penso’ sopra.
“Ma si…. che vuoi che me ne sbatta degli ultimi dieci euro.”

Monto’ sfacciata sui sedili davanti, battendo la portiera in faccia a quello che la osservo’ un attimo perplesso.
Il bordo del vestito azzurro le si sollevò al fianco quasi, mostrando mutandine umide e aderenti. Sudate.
Continuava a fumare pure dentro ma l’uomo non obietto’. Prese il suo posto e attese osservando gli occhi bruni di Caterina con la coda dei suoi occhi azzurri. Fini e perfidi adesso li notava.
Attendeva di saper dove voleva andare quella piccola troia maleducata che era entrata nella sua auto sbattendo la porta, con la sigaretta accesa e senza avergli neppure risposto Si, grazie. O No, grazie. Alla sua offerta del taxi.

Respirava più forte, maggiormente accaldato dall’aver perso la pazieza che non per lo sterzo infuocato che gli ustionava i polpastrelli.

Ma Cate non parlava. Lo guardava negli occhi blu, nella pelle diafana, nei platinati capelli stranieri.
“Da dove vieni?” Azzardo’ chiedere puntandogli lo sguardo dritto nelle pupille.
“Ucraina.” Sibilo’ in risposta quello.

Il vento che ogni pochi secondi dava caldi colpi ai loro volti attraverso i finestrini era l’unico intruso in quel silenzio pieno. In quella tensione portata all’estremo, dal volto contratto della studentessa del bel niente e dal tassita che già rifletteva di buttarla fuori dalla vettura se non gli avesse detto subito dove cazzo voleva andare.

“Che hai da fissare?” Sbotto’ alla fine.
“L’azzurro mi fa bene agli occhi e all’umore.”
Sussurro’ decisa lei.

Lui rise per quell’idiozia di frase apparentemente priva di senso.

“Via di Ripetta.”

Concluse Caterina e l’auto partì tra le colonne di calore che distorcevano luglio.
“Oggi ho dato la maturità.”
Le parole le uscirono di bocca a un tratto senza che se ne fosse resa conto, probabilmente dettate dalla volontà di rompere il ghiaccio prima che il tragitto terminasse.
Breve tragitto per tornare dalla zia che una volta conosciuto il pessimo risultato del suo esame l’avrebbe senz’altro riempita dei suoi soliti sospiri d’autocommiserazione mista a delusione. Da sedici lunghi anni la sottoponeva alla tortura dei suoi sguardi, in grado di farle avvampare le guance quanto mille sberle. Non aveva altri che sua zia Maddalena, Cate. Ed era stata allevata in quel rimprovero costante e silenzioso. Vergognoso.
Ininterrotto al punto d’averle instillato la vergogna persino per il pane che osava mangiare in quella casa. Per l’acqua che aveva l’ardir di bere. Verso l’aria di cui aveva la sfacciataggine di riempirsi polmoni tra quelle quattro mura.
Infine quasi aveva provato vergogna di esistere, della sopravvivenza sopravvenuta al seguito del terremoto che le aveva tolto casa e genitori….
Ma ora non aveva voglia di pensare al muso arcigno della zia.
Ora avvertiva la ben nota sensazione di voler toccare l’uomo che al fianco del suo posto guidava.
Sapeva di volerlo ma non il perché.
Questa sensazione si era impadronita di lei spesso.
“E di sicuro è andata male.” Rispose quello svoltando.
“Che te lo fa pensare?”
“Non sei di buon umore. Diversamente lo saresti. E poi non sembri matura.”
“Ti piacciono le milf, per caso?”
Si pentì di quella frase prima ancora d’aver serrato la sua maledetta bocca.
“Lo vedi che non lo sei. Se lo fossi saresti almeno, non dico più educata ma almeno femminile. Invece sei una ragazzina volgare e scosciata.”
“Ne avrai viste molte dalle tue parti.”
Proferi’ l’odiata sentenza con tutta l’aria di superiorità che teneva in petto.
“No, dalle mie parti le bionde alla tua età sono già madri di famiglia o puttane. Tu non sarai né l’una né l’altra cosa. Troppo scema per sposarti e troppo furba per andare a battere. E ora prima di dirmi qualche altra stronzata dammi dieci euro e addio.”
Cate a gote rosse scruto’ nel sole il cartello con l’iscrizione Via Ripetta.
“E ora dove andrai?”
La voce dell’altro parve addolcirsi: “Stasera a far valige per le mie ferie vado al paese.”
“È un lungo viaggio.”
“No affatto. Passa svelto il tempo con Elisa.”
“Con chi?” La sua voce s’era alterata.
“Con la mia donna.”
L’altro aveva in viso la naturalezza di chi stende un asciugamano sulla riva d’una spiaggia, Cate invece si sentiva attraversare tutta da un fastidio tutt’altro che naturale.
Sottile.
Come la serpe che si insinua gelosa entro i propri cespugli violati.
Aveva nel suo usuale modo d’essere già deciso che qualcosa dell’uomo le apparteneva e ne provava una malsana, estranea gelosia.
Pur sapendo che ciò non avrebbe avuto ragion d’essere.
Chi non ha mai provato quel sentimento non lo può capire.
È subdolo. Paziente. La passione nascente di scoprire e fare nostro quel che nostro non è e mai in vero potrà essere ma che vogliamo ottenere. Tanto. Forte. Al punto di mentire per quella passione, di indebitarci per lei, di sottometterci con tale forza da trascurare i nostri affetti o il lavoro. Ma non siamo innamorati. Non sarebbe logico esserlo.
È meglio nota con l’inesatta definizione di ossessione e prende vita negli animi poco equilibrati.
Il sole atroce delle due la indorava di sudore e nel ventre piatto assopito risvegliava un bruciore nuovo per lei.
Una saetta cilestrina attraversò le iridi dell’uomo strette fra le palpebre adesso che di poco era girato verso lei e la studiava.
Caterina non si mosse.
Gli occhi di lui la stavano come toccando.
Scendevano dal collo alla linea delle sue spalle.
Ma le braccia restavano incrociate dietro la nuca.
D’un tratto portò le dita dietro il capo di lei, erano stranamente lisce e fredde a luglio.
Le carezzo’ l’attaccattura dei capelli, seguì la forma delle scapole attraverso il tessuto dell’abito.
Scorse il suo petto e scoprì l’assenza ingiustificata di reggiseno. Avvolse il capezzolo turgido con l’indice e il pollice e lo strozzo’ quasi a staccarglielo ma da
lei provenne solo un profondo sospiro.
Caterina abbassò la testa senza fissarlo più. Vedeva le sue mani, chiudeva gli occhi concentrandosi alla sensazione tattile scaturita da quel contatto. Elettricità che le animava le parti intime come successo molte altre volte prima.
Il deserto d’asfalto attorno a loro poteva essere dimenticato, i palazzi arsi e le ringhiere roventi.
“Vai a dare un esame senza biancheria, mi sono sbagliato. Forse andare a battere sarà proprio il tuo futuro, almeno avresti potuto darla al professore per avere un voto meglio visto quanto sei zoccola.”
“Era una femmina.” Grugni’ la ragazza prima di ridere con lui.
Era chiaro che non avesse voglia di smontare dall’auto e pure il motivo gli era noto ma in parte soltanto, Caterina rispose prima che avesse il tempo di chiedere.
“Non mi va ancora di tornare da mia zia. Casa nostra è brutta come lei, questa macchina invece è bella.”
“Però mi serve per portarci dentro altri clienti.”
“Dove ne vedi?… Tu? Scusa come ti chiami?”
“Sergej.”
“Io sono Caterina.”
Dal momento che pareva aver più voglia di dargliela che di pagargli dieci euro la corsa riaccese il motore e riprese ad andare.
Lungo la strada lei non parlò quasi più, cercava un angolo in silenzio dove poter far qualcosa che le togliesse il malumore della mattinata.
Solo che dietro al colosseo c’era un vigile, di là un anfratto ma già occupato…. Gira a vuoto fu quasi pomeriggio inoltrato e lei aveva anche fame.
Prima di comunicarlo però si accorse che erano in un vicolo cieco i cui lati parevano disabitati.
Sergej tirò su i finestrini, fottere senza aria condizionata sarebbe stato da suicidio.
Di fronte il muro e salendo sopra a lei avrebbe controllato dal lunotto che nessuno arrivasse alle spalle.
Cate fece per spogliarsi, il vestito salì scoprendo le mezzalune morbide del petto ma l’uomo non gliene lasciò il tempo.
Buttò all’indietro il suo sedile, le spalanco’ le cosce senza grazia con un colpo del ginocchio , spostò le mutandine e afferrandola per le spalle in un attimo irrealizzabile era cavalcioni su di lei a montarla.
Non era come un quarto prima immaginava.
Doveva avere un cazzo enorme perché lo sentiva aprirla e sbatterle contro la cervice dandole un dolore acuto e ripetuto ad ogni spinta.
Cercò di aggiustarsi sotto di lui offrendo il bacino ma ogni tentativo andò a vuoto, la posizione scomoda la costringeva ad avvolgerlo con le gambe per non sbattere il ginocchio contro il finestrino a destra e non ficcarsi il cambio nella coscia sinistra.
“Cos’è non vorresti lasciarmi andare più?”
Ansimava le parole come un cane dal respiro accelerato. Cate nella smorfia di dolore tentò di schiudere
le labbra per baciarlo ma lui le lecco’ i bordi delle labbra. Una lingua calda e rapida, le sparse saliva agli angoli della bocca.
“Aprila quella bocca, puttana.”
La aprì cercando di divaricare anche le cosce per sfregargli contro meglio il clitoride della sua fica aperta e lui ci sputo’ dentro tutta la saliva che aveva.
“Mandalo giù, puttana.”
Cate ingoio’ quello sputo reclino’ la testa a lato.
“Pensavi che ti avrei baciata? Che mi sarei messo a far l’amore con te? Per quello ho la mia donna…. Le puttanelle maleducate come te che mi fanno perdere tempo e soldi meritano solo che gli sfondi il culo.”
Lei non replicò, sollevata come stava aveva quasi raggiunto l’orgasmo ma non del tutto. Le tolse le mani dalle spalle e gliele piazzò sotto il sedere afferrandola per alzarla. Quella presa la fece ansimare più forte, seguì il movimento di dita che si faceva spazio tra le sue chiappe.
Con un colpo secco le aprì l’ano asciutto ficcandoci due dita.
In quell’ attimo venne mugolando e contorcendosi, fissando di nuovo gli occhi in quelli di lui.
“Chissà quanti ne avrai presi pure qua dietro, non hai fatto una piega.”
“Tutti quelli che ci servivano.”
Disse lei ricomponendosi, adesso il suo tono sprezzante era tornato.
Realizzò di essere abbastanza lontana da casa di zia Maddalena e ne fu felice.
Avrebbe fatto una lunga passeggiata a piedi che adesso era la miglior cosa dopo un’altra sigaretta e dopo un bicchiere d’acqua magari….
Si ricordo’ dei dieci euro ma Sergej aveva rinunciato al maltolto e si era rimesso al posto guida.
“Ciao.” Mormorò Caterina recuperando la sua borsa.
“Ciao. Non mi sbattere la portiera e non parlare troppo.”
“Ma con chi?”

Il taxi ripartì e restò sola con la sua domanda.
L’orologio ticchettava le sette al suo rientro.
La chiave toccò dolce il tavolino, nessun soffio d’aria mosse le tende impregnate di tramonto, impegnate a trasudare morbidi riflessi in tutta la stanza.
La zia Maddalena stava versando il the quando la squadro’ da capo a piedi.
Caterina non aveva badato affatto al suo aspetto dopo il lungo tratto percorso a piedi, era ancora spettinata, sudata. Eppure emanava profumo fresco quanto l’aroma della bevanda che veniva versata dall’alto per esaltarlo.

“Ti aspetto dall’ora di pranzo.”
“Ho mangiato, non preoccuparti.”
Zia Maddalena si rimise a sedere.
“Come è andata? Hai pranzato da Claudia?”
“Si, adesso scusa ma vado a lavarmi e volevo uscire con lei stasera.”

L’immagine della donna intenta a bere il the sbiadi’ nello scroscio d’acqua della doccia, assime ai votacci, alla stanchezza, alle sue bugie eppure non assieme a qualche cosa di azzurro, si ma trasparente quasi come quella stessa acqua.
Ripensandoci tornava tutto nitido e celeste ed il suo stomaco aveva un sussulto diverso da quello della fame.

Le sue piccole labbra tremavano ancora.
Si toccò sotto il getto scorrendo le dita nella densa gelatina di figa che neanche l’acqua le scollava via.

Claudia non l’aveva nemmeno chiamata ma sotto casa c’era come ogni sera.
Si avviarono in silenzio, fasciate tutte e due in abiti neri e perfetti, aderenti come le mute di certi nuotatori, scomparendo quasi tra le luci flebili o violente di locali e vetrine varie.
Alcune pure aperte.
Barcollando mai, sui sandali rossi, spilli che esaltavano le gambe lunghe e precise.
Quella mania di vestirsi quasi uguale ce l’avevano da sempre.
“Che hai fatto oggi?”
“L’esame. E l’ho fatto male, poi però ho scopato e ho fatto bene.”
Claudia sorrise, era meno impulsiva di lei ma non per questo santa. Coi vispi occhietti verdi e il seno piccolo alto e duro, con la curva della spina dorsale che preannunciava un culo saporito e tenero, nemmeno quella aveva problemi a trovare cazzi.
Perlomeno teneva alla larga i problemi invece.
Caterina no.
Tra le ultime avventure che avevano portato a sia zia due infarti e tre ictus c’erano un uomo sposato trent’anni più vecchio di lei con cui era scomparsa la settimana prima di Natale, un marocchino con l’epatite (scoperta a tempo per non beccarsela) ed un truffatore reccattato a Posipillipo che era costato alla signora Maddalena una nottata in caserma a spiegare che Caterina con tutti i suoi difetti non era una ricettatrice.

“Oggi cosa hai rimediato, tanto per sapere?”
Domandò Claudia sgrullandosi lo zucchero caduto sulle cosce mentre bevevano caffè in un bar pieno musica e impiegati licenziati.

“Un taxista ucraino fidanzato.”
“Ti pareva.”
“Vorrei tanto rivederlo.”
“Lo ripeschi di sicuro, i taxi a Roma si contano sulle dita.”
Come era ironica a volte Claudia…. Cate credeva che fosse normale. Stare per più di cinque anni con lo stesso pisello deve renderti amareggiata e sarcastica. Non può essere altrimenti. Se si considerano poi le dimensioni del pisello di cui si accontentava la povera Claudia…

“Ma tu prendevi sempre il taxi quando facevi il tirocinio…. Può darsi lo conosci. Ha detto che era Sergej. Era alto e biondo. Facile da ricordare.”
“E da ritrovare, in mezzo a tutti questi.”
Replicò indicando un gruppo di auto taxi con conducenti tutti ugualmente biondi, dall’altro lato della strada, intenti a caricare passeggeri.

“Ok. Però guarda ce l’aveva grosso così…E Lino invece ce l’ha piccolo apposta sei acida.”
“Hai provato anche il mio ragazzo ci scommetto.”
“Nooo, sei tu che dici sempre che è minidotato.”
L’ipnotico suono delle slot accompagnò Cate a spicciare quei suoi dieci euro, Claudia osservava i giocatori tutti in fila, robotici ospiti della sala giochi. Mezzanotte era passata ma da molto ormai nessuno aspettava Cate in piedi a casa.
Fu quasi un miracolo per lei lasciar tintinnare un paio d’euro nel ventre ingordo della macchinetta e vederla vomitare una cinquantina di monete identiche alla sua.
“Toh. Ho guadagnato la giornata.”
Claudia sorrideva.
“Io pure, se venissi a lavorare lì da me con qualche sacrificio avresti la fortuna di venir via da tua zia. Invece di sperar di prendere la giornata alle macchinette.”
“Mi basta zia come vecchia rompicoglioni, appunto.”
L’amica si era diplomata un anno prima di lei e col tirocinio era poi entrata a lavorare in una casa di riposo ma a lei solo l’idea ributtava.
“Basta allora hai giocato, hai vinto. Andiamo a mangiare il gelato.”
Mentre attendeva Claudia accese la terza sigaretta della sera, la luna luccicava sulle perle di una donna bellissima, strette attorno a un collo elegante e troppo bianco.
Tanto da indurla a domandarsi perché su ogni altra pelle luccicano di meno.
La donna era seguita da una signora grassa uscendo dall’edificio in fronte alla gelateria, che gesticolando la ringraziava per aver intervistato la sua sfortunata ospite.
“No…. Io ringrazio lei di avermi dato la possibilità di parlare con Irina, è essenziale per me scrivere dell’argomento.”
“Mi spiace non aver potuto far nulla per lasciarle incontrare anche Sasha… Però vede se il magistrato non risponde alle mie mail ed il tribunale non mi autorizza… Io ecco, non per metterle i bastoni tra le ruote ma coi minori son cose così delicate.”
“Prima di firmare l’articolo aggiungerò i ringraziamenti personali a lei che si è impegnata tanto e se potrà farmi incontrare anche l’altra gliene sarò davvero grata. Parto a breve e vorrei arrivare lassù per continuare il mio lavoro con tutta la carta già apposto….”
“Io farò del mio meglio sicuro. Quando partite?”
“Giovedì.”
Interruppe la voce d’un uomo alle loro spalle e Cate sentì un tuffo all’ultima corda del cuore.
Riconobbe Sergej ed il suo taxi nell’atto d’aprir la portiera e accompagnare la bella donna per il polso.
“Allora buon viaggio, arrivederci cara Elisa.”
Concluse la grassona.
“Arrivederci.” Echeggio’ una rossa dalla porta semichiusa.
Caterina aguzzo’ la vista.
Era smorta e magra, la chioma rossa raccolta a lato svelava una cicatrice viva che le univa l’orecchio e il sorriso tramutandolo in un ghigno.
Elisa le mando’ un bacio dal finestrino.
“Sei stata cosi buona a parlare con me e scusatemi se abbiamo fatto quest’ora. Buonanotte.”

Presa dal suo spionaggio della conversazione non aveva udito Claudia tornare, affondare più volte la lingua nella panna del cono e restare alle sue spalle.
Prima, un secondo prima, dello stacco del verde sbatte’ contro occhi azzurri come fanali e sopracciglia in espressione incattivita dall’averle scorte. O così le parve.
“Ma quella non era la tua direttrice?”
Claudia annuì verso la grassona che rientrava.
“Le hanno dato anche la responsabilità di quel centro. Ospita rifugiate, clandestine. Disgraziate. Ecco.”
Cate provò a ragionare.
Le era stato detto di non parlare troppo ed ora l’uomo era scappato al verde lanciando saette dagli occhi vedendola. O vedendo Claudia forse.
“Forse che quella giornalista che sta con lui andando appresso alla direttrice l’abbia vista e la conosca… E lui ha pensato che possano rivedersi e che se parlo a Claudia magari le sfugge qualche chiacchiera…. Si ma come lo sapeva oggi pomeriggio?”
Pensò ma non lo disse che l’altra la tirava dal braccio.
“Andiamo su che è quasi l’una.”

“Aspetta Cla… Non tirare. Voglio vedere dove va.”
“Che è?”
“Si è andato verso giù, proviamo a tagliar di qui lo rincontriamo di sicuro.”
Partì spedita seguita da Claudia e dal cono gelato.
“Ma la tua direttrice non ti ha mai detto niente di questo?”
“No, non mi sembra di averle sentito dire nulla”
“Puoi chiedere?”
“Certo che no, risponderebbe di farmi i fatti miei e poi a te che cosa importa?”
Cate non rispose, fecero a tempo ad arrivare mezze nude per la corsa, che aveva sceso le spalline dei loro abitini e scoperto quattro cosce, incorniciandole nelle chiome svolazzanti, ad arrivare per vedere Elisa scendere dall’auto e lui ripartire.
“Per riporre il taxi di sicuro” Pensò Cate.
La donna s’avvio’ sparendo nel buio dell’antrone.
“E adesso?” Esordì Claudia ansimando nel sudore.
“Ho almeno visto dove abita.”

****

Al n 8 l’uomo giro’ la chiave quasi un’ora dopo.
Elisa stava riponendo il registratore e fogli d’appunti, china a 90 all’ultimo cassetto del mobile al centro della sala. Il lusso della stanza scontrava con la fatiscenza esteriore della palazzina.
Non l’aveva udito arrivare.
La sorprese alle spalle afferandola dai fianchi, tirandola a se per dimostrare l’effetto che gli facevano quei glutei fasciati nel raso, chiaro color cipria.
Premette il pollice nella riga tra le natiche, sentendo l’assenza di mutandine.
La donna divarico’ le gambe, non terminavano mai, prendevano vita dalle fughe delle piastrelle in cui erano ben fissi i suoi tacchi a spillo quasi ad incollarla al pavimento.
Sergej si chino’ a baciarla dalla linea delle scapole al collo spostando le perle col naso tra le risate sommesse ed il respiro accorciato di lei.
Alzò il bordo del raso con la mano destra che la sinistra era ferma sull’anca protesa verso di lui e trovò quella piccola fica, stretta e tiepida che conosceva così bene.
“Dai, non hai nemmeno chiuso la finestra.”
“Chi pensi che si metterà là sopra a guardarci?”
“È tardi, non abbiamo messo neanche un panno in valigia, andiamo a riposare.”
“C’è tempo di fare le valige.”
Le impedì di rispondere tappandole la bocca, il suo cazzo era già all’apertura della fica.
Sentiva la saliva di Elisa mentre gli morsicava le dita, era stata sempre così, quando lui entrava si agitava come le gatte che prima chiamano il maschio e poi vorrebbero cacciarlo perché la testa dura e larga di quel cazzo aprendola le dava fitte dolorose dalle pareti della vagina fino alla nuca.
Lui attese e riprese a spingere, una volta messo tutto dentro le lasciò la bocca e raccolse i suoi capelli in una coda da tirare.
Le prime spinte la esploravano a fondo come ogni volta, scandiva il ritmo lei stessa con quei lamenti misti tra gemito e dolore.
Lui le si gettava tutto dentro ed esitava a ritrarsi, concentrato nel contatto tra il suo cazzo e la cervice di Elisa e la consapevolezza di poterla dominare spingendo solo un po’ più forte….
“Più forte dai….”
Lo incito’ abbracciando con il piedino.
Era il segnale che il suo corpo si era abituato alla presenza del marito ed ora voleva venire contorcendosi e ansimando come era abitudine loro, ogni mattina.
Lui si ritraesse e fatta presa salda ai fianchi continuò a pompare un quarto d’ora quasi, fino a vederla gettare il capo indietro per baciarlo.
“Amore, amore mio…”
Era la sua solita resa di donna nell’orgasmo che prima respinge e poi chiede che non finisca mai con tutte le vertebre scosse dalla voglia.

Il loro divano guardava proprio alla stretta finestra orizzontale, la misera visuale dalla strada che tappava il piano interrato. Cate era lì ad assorbire i frammenti della discussione ancora ma non la videro.
“Io ho cambiato idea.”
“Ci andrò anche da sola. Non mi va proprio di rinunciare adesso e poi avevamo disposto tutto quanto!”
Persino a seguito dell’amplesso, stravolta, avvolta da odore di sesso, Elisa appariva educata e composta e Cate da fuori ne ebbe un’invidia ancora maggiore di quella della sera trascorsa.
“Tu ti stai comportando come una ragazzina, ti dico che è un momento troppo pericoloso. Eli, quando le acque politiche saranno calmate il nostro viaggio…”
“Non ci sarà più bisogno del nostro viaggio quando sarà tutto finito, Sergej!”
“Potresti farti ammazzare.”
“Perciò hai detto che saresti venuto con me. Adesso hai paura.”
“Per te, no per me!”
“Allora tutti i giornalisti inviati in Afghanistan, Iraq e altre terre pericolose smetteranno di lavorare perché hanno un marito o una moglie imbecilli come te?!”
L’uomo cercò di prenderle gentilmente le mani, avrebbe voluto farla ragionare, parlarne di nuovo ma si accorse alzando lo sguardo che Caterina era sulla loro finestra.
Compreso di esser stata scoperta corse via ma urto’ con il piede sul vetro ed anche Elisa si voltò.
Troppo tardi per scorgerla.
“Ma è l’ora di rientrare?”
Si sorprese nel trovare Maddalena ancora sveglia, quella vecchia rimbambita crollava sempre dopo cena sotto l’effetto dei sonniferi.
“Non è così tardi.”
“Sono quasi le sei!”
“E appunto. Mi dici sempre che sono a letto fino a tardi.”
“Quindi? A letto non ci si va più per niente?”
“Dici che questa è l’ora buona per andare a lavorare?!”
“Lavorare si, quando pensi di trovarlo un lavoro? Io con la pensione non sarò in grado di elargirti questa elemosina per sempre.”
Taglio’ corto filando in camera, si gettò a letto ancora vestita, truccata. Così prese sonno.

Nel sonno rinfrescato d’aliti di vento che gonfiavano le tende, vide l’uomo e la donna dell’amplesso delle poche ore prima ma al posto di Elisa mise sé stessa, sé stessa in ginocchio a succhiare quel cazzo fino a sentirne lo sperma a crearle torpore allo smalto dei denti.
Si sveglio’ a mezzogiorno bagnata come una verginella che sogna di averlo dentro la prima volta.
Pensò che fosse il caso di toccarsi, tanto la zia non avrebbe sentito ma…
“Se vado a cercarlo sarebbe molto meglio scopare….”
Maddalena dormiva proprio come aveva inimmaginato, volta sul cuscino, scomposta come al solito. Ronfava in quel modo che disgustava Caterina, a bocca aperta.
Tirò altre dieci euro dal borsello della vecchia e andò a lavarsi.
Il rubinetto a sorpresa riversava solo acqua fredda, saltò fuori dalla doccia ancora semi insaponata coi capezzoli dritti e la pelle d’oca ma il suo spirito non si era affatto calmato.
Ricordava benissimo la strada per la casa di Elisa e Sergej ma era forse troppo lunga.
Ferma alla stazione del bus, con la borsa salda tra le due mani e l’abitino verde chiaro avrebbe potuto passare per una donnaccia. Fosse stato di sera.
Aveva evitato la biancheria, cinto il collo di perle grigio luna e raccolto i capelli alla medesima maniera della rivale. Senza farlo apposta forse. Tuttavia diverse auto notarono la carne esposta sotto il tessuto e altrettanto fece il conducente dell’autobus ma Cate non diede proprio il merito di certi commenti alla sua mise. Del resto quando uno ha il volante in mano dovrebbe pensare solamente a guidare….
“Chissà se ce lo trovo – si diceva- dopotutto ha detto che va via giovedi e oggi siamo a martedì…. Mica può lavorare uno che ha da fare bagagli per l’alaska dopodomani…. E se ce lo trovo che gli dico? Diro’… Passavo da qui per caso… si, questo sarebbe perfetto come inizio. Per fare una figura da imbecille se non altro.”
Figura da imbecille o meno stava facendo quella della zoccola e se ne accorse scendendo alla fermata dove le arrivò pure una manata sulle chiappe.

***
La fistrella lunga che dava dell’appartamento era aperta e rivelava che i coniugi avevano senz’altro continuato a discutere, spinse il portone dell’antro che alla luce del giorno era sempre oscuro e invaso dalla polvere ed entrò.
Là dentro era sicuramente più fresco ma proprio questo le agguanto’ il cuore come cinque dita ammonitrici.
“Che stai facendo?” Si domandò.
Eppure andò avanti.
La loro era la prima porta, glielo disse il campanello. Verniciata in rosso coi nomi nel quadretto dorato. Ed era stranamente socchiusa e non sbarrata.
Con il cuore a battere di tensione la spinse, non smettendo di chiedersi chi va via lasciando la porta di casa aperta in certe zone a Roma.
“Forse invece sono dentro…. Ma da sopra non li ho visti… ho visto solo tutto quel casino…”
Quel casino racchiudeva il motivo della porta aperta, svegliatisi anche loro nella tarda mattinata avevano ripreso a litigare e al terzo invito dell’uomo ad abbandonare i suoi proprositi Elisa aveva rovesciato il tavolo con la loro colazione.
La lampada, un vaso di Venezia, un’immagine della lupa madre a Romolo e Remo, la cassettiera erano andati in coda alla tavola finché Sergej aveva realizzato che sua moglie avrebbe distrutto l’appartamento se non l’avesse fermata.
E non ebbe altra idea se non tirarle un pugno allo stomaco. Gli attimi seguenti erano stati un ‘onda di vibrazioni nel silenzio a separarli, lui incredulo del suo gesto a guardarla portarsi le mani al ventre china su sé stessa. Elisa immobile, priva di respiro dall’ira. Appena ripresasi era scappata via di corsa e lui a correrle dietro.
Solo che tutto ciò Cate non era in grado di immaginarlo.
Seguì il cigolio dell’uscio e si lasciò guidare in quell’interno, pieno di profumi appartenenti alla colazione non consumata, a cosmetici di donna, ad orchidee in piccoli vasi agli angoli ombrosi.
Scivolo’ senza sapere sopra cosa, solo quando fu col sedere a terra si rese conto di aver inciampato nelle perle sparse sopra il pavimento, della collana che la stessa proprietaria aveva spezzato solo un’ora prima.
Le raccolse una ad una e quando le sue mani a coppa traboccarono di piccole sfere preziose cercò dove riporle.
Contenitori non ve n’erano, attraversò il corridoio ritrovandosi nella camera da letto e avvistato un portagioie s’avvio’ verso di esso.
Quando aprì lo scrigno vitreo, brillante di cielo, a letterine svolazzanti celesti, tono su tono da doverlo alzare in controluce vi lesse l’iscrizione sul coperchio ed il nome del suo autore di cui non ho, perdonatemi, più memoria.

_Non negarti in quest’esistenza l’amore.
Sai cosa è l’amore?
A volte provi piacere da un grande dolore,
in sostanza questo io chiamo L’Amore._

È probabile che l’ultima a leggere quei versi fu lei perché un secondo dopo averlo aperto era rimasta rapita da un anello adorno di un rubino tagliato a gradini e lo aveva preso nella mano libera ed intenta ad osservarlo non s’era accorta del ritorno del padrone di casa.

Ne senti’ il fiato caldo alle spalle, andò a sbattere in due mezzalune incastonate nello specchio, intensamente azzurre allo stesso modo di certe fiamme e d’istinto, crash.
Aprì la mano lasciando andare il portagioie in mille cristalli.
Ma non l’anello.
“Cos’è mi stai rapinando?”
Le gridò afferrandole il polso.
“No! La porta era aperta!”
“E chi t’ha dato il permesso di entrare? E dopo averti portato in giro a gratis l’altro giorno mi prendi per scemo e mi rubi gli anelli?”
Cate avvampo’ finché le guance raggiunsero il colore della gemma.
Il suo esile polso torto nella grossa mano dell’uomo la rimpiccioli’ quasi a farla sentire la bella in balia della bestia.
Solo che neppur sentirsi dare della ladra la spavento’ a tal punto, quel brivido tanto malvagio non era.
“Non rubavo. Ho raccolto le perle in sala e volevo ridargli un posto.”
Spiego’ tentando di mantenere un tono calmo e gentile che venne ringraziato da una sberla in pieno volto.
“Ti ho vista l’altra sera con quella troia di badante che lavora dalla grassona, non le è bastato mettere tutte quelle strane idee in testa a mia moglie? Ti manda pure a cercarla in casa mia?”
“Io di questo non so proprio niente e Claudia neppure.”
“Chi è Claudia? Non rispondere, non me ne frega niente.
Allora cosa facevi? Cosa mi hai rubato? O sei venuta pensando di dire a Elisa che l’altro giorno me l’hai data?”
Cate abbassò gli occhi. La testa le doleva a causa di tutte quelle urla e non rispose.
Lei non sapeva cosa era venuta a fare.
Lei non sapeva cosa dire.
“Io non lo so.”
“Va bene, posa quell’anello e sparisci. Ho già tanti pensieri e non ti voglio rivedere.”
La ragazza strinse le labbra ma l’anello non era più nel palmo della sua mano. Doveva esserle caduto in quel trambusto, si ma dove?
Lo cercò con la coda dell’occhio, sul mobile, in mezzo ai frammenti, sotto il letto, e non lo rintraccio’.
“Ma dove cazzo lo hai messo? Quello è l’anello con cui ho chiesto a Elisa di sposarmi tiralo fuori immediatamente!”
“Giuro che lo avevo in mano un attimo fa!”
“Ho visto bene che lo avevi in mano e adesso dov’è? Dove ? Dove? Dove?” Insisteva a strattonarla torturando i suoi timpani col volume della voce.
“Non lo so e lasciami, fai male… Guardiamo sotto il mobile, forse è finito là sotto'”
“Come no e nel frattempo magari spazzoli tutto il resto… Chissà che altro mi hai rubato.”
“Molla!”
Riuscì a svincolarsi e corse alla porta ma non ci arrivo’.
“Non ti muovi di qua fino a che non me lo avrai ridato!”
Strillo’ afferrandola per i capelli. Forcine e fermaglietti che tenevano assieme l’acconciatura saltarono via strappandole ciocche di capelli e la ragazza scoppiò in lacrime.
“Non pensare di farmi pena! Spogliati!”
“Eh?”
“Ho detto togliti i vestiti, anche se te lo sei messo nelle mutande lo ritrovo quanto è vero che porto il mio nome!”
Cate cerco’ di massaggiarsi i punti dove s’erano strappati i capelli ma il dolore non accennava a lenirsi, trattenuta com’era per la per la chioma da lui che la tirava verso il basso.
Era ormai cosi vicina con la fronte al pavimento che a sfilarle l’abito impiego’ la frazione di un lampo di cui il cielo s’era riempito in quegli istanti.
L’azzurro del mattino si andava annuvolando all’esterno, spezzato dai tuoni.
“Guarda che roba, ladra e troia. Sotto questo straccio niente….”
Ghigno’ stringendo uno dei suoi seni nudi.
Strinse da strapparle un grido e Cate lo spinse via riprendendosi i capelli.
“Ridammelo!”
Urlò guardando il suo vestito.
L’uomo la squadro’ da capo a piedi.
Nuda e spettinata con le guance livide e solo le perle rimaste a guarnirla.
Un filo a strozzacollo e l’altro adagio sul petto.
Ciò che le venne restituito fu solo la spinta e si ritrovò con la schiena sul tappeto, impossibilitata a fuggire dalla gabbia composta da quel corpo così pesante sul suo.
Era quello che era andata a cercare in fin dei conti ma non a questo modo.
Ed Elisa dove si trovava?
Si che sarebbe stata una bella ciliegina sulla torta il rientro della signora di casa in un attimo equivocabile come quello.
“L’altro giorno ti ho vista per la prima volta e ti ho giudicata molto stupida però forse mi sono sbagliato. Forse impari veloce. Hai già capito che mi piacciono le donne che vanno in giro senza quelle briglie da cavalle che chiamate biancheria. Almeno quando vengono da me. Forse non sarebbe così spiacevole avere una troietta che impara tanto in fretta.”

Cate aguzzo’ la vista sul volto dell’uomo che stava a pochi millimetri dal suo esplorando dettagli non catturati al primo incontro.
Aveva sopracciglia chiare e folte e lineamenti taglienti che poteva rendere crudeli o zuccherosi come la sua fica umida al solo mutar espressione.
Tuttavia costantemente rigidi, nessuna traccia del calore che gli aveva notato in viso la notte prima nel rapporto con Elisa.
E di nuovo la gelosia la invase tanto da indurla a dissimulare. Raddrizzo’ le spalle e il capo finché la fronte toccò quella di lui trasmettendo nel contatto la sua sfida carica di sussiego.
“Quindi? Dove avrei messo il tuo anello? Ridammi l’abito e lasciami andare.”
“Quanta fretta che hai adesso.”
Le sibilo’ sulla bocca risbattendola a terra. Le manco’ il respiro sotto la pressione delle mani sul petto.
“Apri le cosce prima.”
Cate tentò di serrarle ma la spinta del ginocchio di lui contro la carne glielo impedì.
Non possedeva tanta forza nel corpicino minuto, ben fatto.
Le dita della sinistra le afferrarono la gola mentre quelle della destra sollevarono qualcosa tra i gioielli attorno a loro.
Avvertì un picco doloroso all’interno coscia ma la voce le morì nello strangolamento, si ritrovò ad ansimare senza voce per un lamento.
“Apri le gambe puttana.”
Per sfuggire alla puntura della spilla dovette spalancarsi tutta, riprese a lacrimare dalla rabbia ma giù nel basso ventre un bruciore più violento le scottava.

Respiro’ non appena lui disserro’ la presa attorno al collo per aprirle le labbra delle parti intime con tutte e due le mani. Era un minuscolo triangolo di carne rosa acceso, umido e gonfio con il clito appena accennato ma invitante. Era certa che se lo avesse anche solo sfiorato avrebbe potuto venire come se non avesse mai visto un uomo prima di allora.
Invece inserì i pollici nell’alveo e tirò verso l’esterno abbassandosi e guardando dentro.
Nervosa per quella stranezza si ricordo’ della fitta alla coscia che aveva quasi dimenticato con le mani di lui nella vagina.
Mise a fuoco, attraverso le iridi pasticciate di lacrime e sudore, una spilla lunga che terminava in un cameo di corallo piantato a due centimetri dal suo inguine.
Lo afferrò ragionando di estrarlo con un colpo deciso per non ferirsi in lungo ma un’altra sberla la rimando’ sulle piastrelle.
“Chi ti ha detto di toglierla puttana?”
Ingoio’ saliva e bile fissando quell’oro, riflesso negli occhi da farli sembrar di ugual color bile.
“Che cazzo stai facendo?”
“Non lo devo spiegare a te.”
Fu la sola risposta mentre continuava ad allargarla e deformarla lì sotto.
Inserì due dita con un colpo secco e Cate dimentico’ di nuovo la spilla.
Un placido movimento avanti e indietro la rilasso’ e sollevò il bacino d’istinto.
“Ecco brava tira su il culo troia, fammi vedere se il mio anello è qua dentro.”
Le due dita divennero tre e poi quattro, si contorse intuendo che era intenzionato ad infilare la sua mano così grossa nel suo piccolo buco.
“Non ti muovere.”
Ordinò.
Non le risultava semplice star ferma, non aveva mai subito quel trattamento e non era tranquilla, temeva che lo spillo infilzato all’inguine potesse farle male davvero e anche lui tra le gambe non le stava certo dando piacere. Il suo clito era gonfio di voglia ma ignorato.
“Se almeno mi toccasse un tantino li…”
Ma non osava parlare.
In più stava diventando freddo, fuori ormai il temporale aveva annerito ancor di più la via già scura.
“Basta dai, mi fai male.” Dichiarò avvicinando le cosce.
Sergej la fissò per un lungo istante dritto negli occhi.
“Preferivi un bacio forse?”
Una botta fece scomparire la lunghezza della spilla nel delicato muscolo di Cate ma non poté lanciare un grido. Con le labbra incollate a quelle di lui divenne color porpora.
Quello fu il loro primo bacio che mise fine ad ogni resistenza della ragazza.
Quando anche il polso svani’ del tutto nel suo anfratto Cate era ormai incapace di muovere una qualsiasi articolazione. I brividi di fastidio le attraversavano la spina dorsale addormentata anche dall’aver mantenuto tanto a lungo quella scomoda posizione.
“Ok… nella figa non ce l’hai.”
Sentenzio’ aprendosi la cerneria dei jeans mentre Cate rifletteva che l’insensata situazione non aveva altro motivo d’essere se non del fatto che stava pagando lei per la sfuriata di Elisa.
“Voltati.”
Cate non si mosse.
“Sei sorda oppure scema zoccola? Ho detto di voltarti.”
Inarco’ la schiena e si girò sul fianco a fatica, una pacca secca le arrosso’ il culo.
“Spicciati.”
Riuscì a mettersi a quattro zampe in posizione da cagna con una gran fatica ma prima di aver compiuto il giro intero ebbe un lampo di ardore.
“Vedo che cerchi di sfogare la tua rabbia con me, sai benissimo che non potrei avere il tuo anello da nessuna parte.”
“Sono arrabbiato si – scoppiò sollevandole il bacino- e voglio sfogarmi. Con il tuo culo.”
La botta che la penetro’ la portò quasi a svenire ma prima di formulare un altro pensiero di senso compiuto si accorse dell’orgasmo che la devastava mentre la inculava massaggiandole il clitoride.



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