La segretaria di fuoco

-Voleva vedermi, signor Verni?- domandò Elisabetta con il suo solito tono accondiscendente.
-Sì… chiuda pure la porta.
-Certamente.
Guardandola chiudere l’ufficio si soffermo sulla sua chioma rossa come il fuoco. Era molto difficile trovare una rossa naturale.
Il rosso era il colore più inflazionato di sempre. Un tempo le donne con quel colore di capelli venivano perseguitate e a dirla tutta, per certi versi, anche Elisabetta sembrava indemoniata in certe situazioni.
-Cosa posso fare per lei?- chiese.
-Allora, per questo pomeriggio avrei bisogno della pratica Marconi sulla mia scrivania, ma al momento vorrei che lei si mettesse a quattro zampe per terra.- disse Verni, mantenendo il suo stile impassibile.
-Come un cane?
-Come un cane.
Elisabetta si mise a quattro zampe. La moquette era fastidiosa al contatto con le ginocchia.
-Bene… vedo che quando le vengono assegnate delle direttive precise non ha problemi ad eseguire gli ordini. Adesso mi piacerebbe che lei venisse a leccarmi le scarpe.
Quei loro giochi di potere andavano avanti da molto tempo e si svolgevano esclusivamente in quell’ufficio, mentre il resto della società continuava a lavorare.
Elisabetta, sinuosa e felina come sempre, attraversò l’ufficio con le movenze di una pantera dalla chioma rossa, fino a portarsi davanti al suo capo. Lo guardò fisso negli occhi per poi tirare fuori la lingua, iniziando a leccarle la parte lucida delle sue scarpe.
-Un uomo si giudica della pulizia delle sue scarpe e tu fai sempre un eccellente lavoro.- disse, slacciandosi la cintura.
Dopo aver tirato fuori il pene, iniziò a toccarsi, fissando quella rossa di fuoco ricoprire di saliva ogni centimetro delle sue scarpe.
Era un feticismo tutto particolare, legato al desiderio di controllo e alla necessità di umiliare il prossimo. Elisabetta, al contrario, amava essere sottomessa e trattata alla stregua di una schiava medievale.
-È contenta di leccarmi le scarpe con cui cammino per terra?
-Sono onorata di poterle lucidare le scarpe. Voglio che lei faccia bella figura davanti ai suoi soci.
-Questo suo servilismo mi disgusta a tal punto da farmi eccitare ancora di più. Il suo ragazzo lo sa che la sua lingua pulisce le mie scarpe dalla sporcizia dei pavimenti?
-No. Mi troverebbe disgustosa e mi lascerebbe.
-La lascerebbe perchè lei è disgustosa, ma anche disgustosamente brava a pulire le scarpe. Si alzi.
Elisabetta si alzò. Sapeva benissimo quello che stava per accadere, perchè ogni volta la routine era la stessa.
Verni iniziò a masturbarsi con più enfasi, osservando quella bellezza da rotocalco, pronto a sborrarle addosso, sporcandole l’ennesimo vestito.
Avevano deciso che, essendo il suo capo, avrebbe avuto il diritto di eiaculare su ogni nuovo capo da lei comprato, un po’ per segnare il territorio e un po’ perchè l’umiliazione di andare in giro con un vestito sporco faceva eccitare entrambi per elucubrazioni differenti.
-Potrebbe fare attenzione a non sporcarmi troppo?
-Non ho intenzione di trattenermi. Si consideri fortunata… un tempo le avrei fatto tatuare in fronte una lettera scarlatta.
-Ok, capo. Si senta libero di umiliare la mia persona come meglio crede.
Lo sperma schizzò fuori a velocità supersonica, facendo provare a Verni un intenso orgasmo di potere.
La chiazza sul vestito della sua segretaria era abbastanza umiliante per soddisfare il suo ego. Sembrava un quadro astratto.
-Mi raccomando… si ricordi la pratica sulla mia scrivania oggi pomeriggio.

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