La moglie del capo (parte 2)

Dopo quella prima scopata esplosa quasi per caso, Jaima e Salvatore continuarono a frequentarsi. La donna diminuì visibilmente le sue visite in ditta mentre Salvatore veniva avvisato da lei ogni volta che il marito usciva e lei era pronta a riprendere la sua mazza saporita.
Durante un pomeriggio i due si erano visti nuovamente a casa di lei; entrambi nudi, lei stava leccando il membro duro e pulsante di Salvo mentre lui le accarezzava i capelli. La donna ospitò l’uccello in bocca e si chinò in modo da poterlo spingere fino in gola. “Bravaaaa…” Disse l’uomo godendo. Lei continuò, prese a muovere la testa in modo da far scorrere il pene verticalmente dentro la sua bocca mentre la lingua lo accarezzava alla meglio. Con la sinistre cominciò a massaggiare i testicoli di lui accarezzando la folta peluria bianca. La donna senegalese continuò per diversi secondi poi sfilò il cazzo di lui prendendo una boccata d’aria mentre un pesante zampillo lattiginoso e bollente disegnava un mezzo arco in aria fra i gemiti di piacere di lui. “Sborrooooo!” urlò Salvo inarcando la schiena.
Jaima sorrise, baciò l’uomo sulla bocca poi, nuda si diresse in bagno. “Torno subito,” promise chiudendosi la porta alle spalle. Aprì l’acqua nel lavandino e si lavò dove il fiotto l’aveva investita: il sesso con Salvatore era stato eccitante, specialmente all’inizio. Da quando quegli incontri avevano perso la magia del trasgredire ed era diventato solo cornificare il marito la donna non provava più l’eccitazione della paura data da quello quello che poteva andare storto. Fosse stato per lei, ora, sarebbe stata pronta a troncare quella relazione con Salvatore, specialmente considerando quanto ormai fosse diventata ad un senso solo: difatti l’uomo aveva cominciato a usare lei come strumento di piacere a senso unico: la obbligava a completini intimi e a masturbarlo o fargli lunghi pompini, raramente l’aveva posseduta con foga e voglia come i primi tempi.
Jaima si guardò nello specchi, nascose quei pensieri e dubbi dietro la maschera che indossava di solito e tornò da Salvo. Camminando, le sue enormi mammelle ondeggiavano completamente libere. Raggiunse il letto e si sedette, stava per sdraiarsi quando l’uomo la prese per i capelli e le tirò la testa sul cazzo ancora bagnato di sperma: “fammene un altro,” disse.
Lei cercò di indietreggiare ma non ci riuscì. “Sei venuto adesso!”
Lui, senza parlare, strofinò l’uccello appiccicaticcio sopra la bocca serrata di lei per cui la donna aprì le labbra e ospitò nuovamente il membro, ora molle di lui, per il terzo pompino di quella giornata.
Quella sera Jaima fu felice di veder andar via Salvo, personalmente non aveva mai amato i pompini e quelli con l’ingoio in particolar modo ma era propensa a farne ogni tanto, Salvatore invece da un po’ di tempo sembrava quasi obbligarla a farglieli. Si ritagliò del tempo per accudire il pargolo e recitare la parte della brava mogliettina ma quando le luci si spensero e fu ora di andare a dormire, accanto a suo marito che russava, cercò un modo per troncare quella relazione.

L’indomani mattina la giunonica donna si recò in ditta per stare dietro ad alcune pratiche in modo da lasciare libero il marito per occuparsi dei fattori commerciali. Indossava un tailleur scuro su una camicia di seta color panna, desiderosa di vedere meno persone possibili la donna si infilò direttamente nell’ufficio al primo piano camminando a passo svelto e a testa bassa. Erano ormai le undici del mattino quando il telefono della direzione suonò. “Pronto?” rispose la donna.
All’altro capo si trovava Simona, l’addetta al banco. “Signora? C’è qual il signor Petrucci che ha il colloquio, posso farlo salire?”
“Quale colloquio?”
Simona esitò. “Aveva fissato con suo marito per stamani, non era stata avvisata?”
Jaima, ignara di tutto prese un lungo sospiro poi acconsentì: “fallo salire.”
In breve tempo qualcuno bussò alla porta dell’ufficio. “Avanti,” disse lei. Dalla porta entrò un uomo alto e corpulento, folti capelli neri da porcospino e una barba che gli copriva buona parte del viso. Il nuovo venuto si chiuse la porta alle spalle e si diresse verso la scrivania.
Jaima guardava quell’energumeno avvicinarsi: indossava dei jeans che sembravano essere almeno una taglia 68, una camicia scura gli fasciava una pancia debordante e da sopra il colletto aperto emergeva una peluria scura. “Piacere, Gianni,” si presentò dando la mano cicciosa.
La donna la strinse. “Jaima.” Fece segno a Gianni di accomodarsi e lo guardò con curiosità appoggiare il deretano pesante fra i braccioli della sedia. “Veniamo a noi, lei aveva un colloquio per quale mansione?”
“Trasportatore.” L’uomo fece scivolare sulla scrivania un foglio precompilato. “Qua ci sono tutti i dati inerenti alla burocrazie e patenti varie.”
Jaima annuì. “Bene.” Non sapeva come procedere, non aveva mai fatto colloqui e non sapeva se ci fosse bisogno o meno di un nuovo autista ma, visto che qualcuno gli aveva fissato il colloquio, supponeva di si. “Intanto ti farei fare un mese di prova e vediamo, cosa ne pensi?”
“Va benissimo,” acconsentì lui. “Nessun problema.”
“allora non ho niente da dirti, ci vediamo domattina per il primo giorno,” la donna si alzò, sorridente, era contenta di avere una faccia nuova in ufficio. Aspettò che Gianni uscisse goffamente dalla sedia e poi lo accompagnò alla porta. “A domattina.”
“Si certo,” contento, l’uomo si avviò verso le scale e Jaima rimase ad osservarlo scenderle una a una.
​Uscita nel parcheggio, Jaima rovistando nella borsa in cerca delle chiami della macchina quando qualcuno le si avvicinò. “Buonasera signora.”
Voltandosi, trovò Salvatore. “Ciao.”
Senza guardarsi attorno lui afferrò una mammella per quanto la grandezza glielo consentisse, “mi sei mancata… mmmm…” disse massaggiando con foga.
La donna si accostò con la schiena all’auto mentre il piacere si faceva strada in lei, “no… dai…” balbetto, “qui no.”
Salvo però non ascoltò, afferrò anche l’altra è prese a stropicciarle mentre la camicia di lei si macchiava per il latte che usciva dai capezzoli.
La donna gemette di piacere per qualche secondo ancora poi con un movimento brusco riuscì a staccarsi. “Ti ho detto qui no!”
“Ci vediamo dopo?” Rispose lui seccato.
Jaima scosse il capo, “ho mio marito a casa. Magari domani.”
Lui annuì. Deluso.
La donna entrò in auto e si avviò verso l’uscita salutandolo con la mano mentre gli passava davanti. Ormai stava diventando una seccatura, se non era in grado di controllarsi nemmeno sul lavoro era chiaro che lei doveva dare un taglio a quel rapporto.
L’indomani Jaima si recò al lavoro in anticipo, fece il giro dello stabile e parcheggiò nei posti destinati esclusivamente ai trasportatori; in quel modo era sicura che a sera avrebbe evitato di incontrare Salvo e rischiare di essere scoperta. Da una parte l’idea di lasciarlo le sembrava la soluzione giusta, dall’altra però le dispiaceva poiché era il solo uomo con cui poteva soddisfare quei bisogni a cui suo marito non badava più.
Lentamente, il piazzale posteriore cominciò a riempirsi di auto. I dipendenti uscivano assonnati e ciondolando si recavano all’interno passando dall’entrata della zona carico e scarico.
La donna uscì dall’auto, chiude la portiera e si avviò verso la rampa in cemento quando una macchina si accostò a lei nel parcheggio e ne uscì Gianni. “Buongiorno signora, la salutò. Come sta?” Nonostante la lunga barba poteva vedere il sorriso sincero di lui.
“Bene, pronto per il primo giorno?”
Lui annuì. “Spero solo di non combinare cavolate…”
La donna rise, “cosa potresti mai combinare?” Si accostò a lui e lo prese a braccetto. “Sono convinta ti troverai bene qua.”
I due si avvicinarono allo spogliatoio. “Vai dentro è cambiato, parla con il capo reparto e digli che per oggi ti devi occupare solo della documentazione poi a fine giornata vieni da me, ok?”
Lui annuì, “certo è grazie.”
“Ora vai.” Jaima rimase a guardarlo entrare nello spogliatoio, considerata la circonferenza della pancia di lui dovette aprire per intero la porta per farsi strada all’interno. Nonostante fosse più vecchio di lei, la donna senti di averli presi in simpatia, vedeva in lui e nella sua obesità qualcosa per cui le persone potevano averlo etichettato; così come sapeva che facevano con lei alla vista dei suoi seni enormi.
La giornata passò via tranquilla, presto suo marito sarebbe tornato in ufficio e Jaima avrebbe ripreso il ruolo della mamma a tempo pieno. Mentre seguiva le solite scartoffie sentì bussare. “Signora? Sono Gianni, posso?”
“Accomodati, certo.”
Goffamente, l’uomo entrò. Indossava la divisa fatta di pantaloni blu e felpa del solito colore solo che su di lui dava l’impressione di aver vestito una sorta di lampone gigante.
“Come è andata?” Chiese lei facendo a lui segno di sedersi.
“Tutto bene.”
“Mi fa piacere. Sono convinta che ti troverai bene.” Lei annuì. “Da dopo domani troverai qua mio marito in caso di bisogno, puoi chiedere direttamente a lui.”
“Sì capisco…” disse lui sovrappensiero. “Ma lei va in un’altra sede?”
“No, devo tornare a casa. Ho un figlio piccolo e tornerò a fare la mamma a tempo pieno.” Gianni, sentendo questo, si incupì in volto. “Come mai?” chiese la donna vedendo la sua reazione.
“Niente…” tentennò lui. “E’ che avendola qua mi sentivo più tranquillo… sembra assurdo, lo so…”
La donna sorrise. “Suvvia, un ragazzone come te!”
L’uomo rimase in silenzio.
Mossa da un’ondata di tenerezza per quell’uomo così grosso la donna gli passò un bigliettino con un numero sopra. “Questo è il mio contatto privato, in caso di bisogno, chiamami. Vediamo se riesci a superare questo mese di prova e a farti un contratto come tutti, va bene?”
Lui annui, leggermente risollevato. “Grazie.”
“A te. Ma adesso vai, che devo finire un po’ di pratiche.”
Lui si alzò con difficoltà. “Buon lavoro.”
“Buona serata,” disse lei vedendolo uscire. Lasciata sola, sorrise di come davvero molte volte le apparenze ingannino, quell’uomo che sembrava essere un orso stava dimostrando una gentilezza che difficilmente gli sarebbe concessa alla prima occhiata.
Quella sera Jaima tornò a casa stanca, rispose rapidamente ai messaggi di Salvatore rispondendogli che anche per quella sera non si sarebbero potuti vedere e si dedicò al quadretto famigliare. Suo marito era a casa e, dopo cena, si era adagiato in poltrona per seguire la partita di Champions. La donna lo osservò sprofondare nel tessuto poi, dopo aver messo a letto il bambino si spogliò e si recò in bagno per il bidet serale prima di mettersi il pigiama e infilarsi a letto. Completamente nuda, aveva messo il sapone intimo nell’acqua ed era rimasta ad osservarla mentre la superficie saliva pian piano e si nascondeva sotto la schiuma saponosa. Il telefono, lasciato in silenzioso, vibrava aggiornando i messaggi del gruppo che condivideva con altre mamme. Allargò le cosce e si abbassò sopra l’acqua saponosa, davanti a lei, su un cestino coperto di asciugamani ripiegati, il telefono continuava a vibrare. “Che rottura,” commentò la donna prendendo in mano per vedere chi aveva scritto cosa ma, fra i vari contatti, vide uno che le risultava nuovo. Lo aprì. “Buonasera,” diceva la scritta, “sono Gianni, disturbo?”
“Alla faccia del tempismo!” convenne le donna sorridendo. “Nessun disturbo,” scrisse, “dimmi pure.”
“Era per lasciarti il mio numero. E augurarti la buona notte.”
Jaima sorrise, erano anni che nessuno le si interessava così; nemmeno suo marito quando era via per lavoro. “Anche a te.”
Mentre con una mano digitava con l’altra aveva cominciato a lavarsi la vagina, si era spalmata la schiuma densa lungo la striscia riccia che le divideva in due il pube. Aspettò un po’ mentre si lavava ma Gianni, dopo aver visualizzato il messaggio, non aveva più scritto. Davvero quell’uomo voleva solo quello? Per lei sembrava quasi impossibile. L’idea di metterlo alla prova la stuzzicava, il disinteresse di suo marito nel passare qualche ora insieme poteva essere spazzato via da quello che poteva considerarsi un piccolo gioco innocente. “Cosa fai?” scrisse mentre le sue dita bagnate entravano dentro di lei con delicatezza.
“Sono sotto le coperte,” scrisse lui. “Almeno domattina sono ben riposato.”
Jaima annuì. “Davvero ammirevole,” pensò mentre ipotizzava una risposta ma prima che potesse trovarne una lui scrisse: “Tu che fai? Se posso chiedere, ovviamente.”
La donna si immaginava quella domanda, era intrinseco che lui glielo avrebbe chiesto di rimando. Immaginava che la curiosità lo avrebbe spinto a varcare quella linea che poteva separare due chiacchiere tranquille con qualcosa di un po’ più caldo.
Si chiese cosa avrebbe detto lui se lei le avesse detto cosa stava realmente facendo. A parte il fatto di essere capo e sottoposto, di certo quello che sarebbe potuto succedere andava al di fuori di ciò che era nell’ambito lavorativo. Istintivamente questo lo fece ripensare a Salvo, a come godeva con il suo uccello secco e lungo innescando così un brivido di piacere mentre ora le sue dita lavoravano più veloci in un ditalino bagnato dall’acqua ancora calda. “Mmmmmm…” mugolò piano mentre tremava di piacere.
“Niente di particolare, guardo mio marito guardare la partita” mentì mentre ora il suo indice e il suo medio si spostavano indietro andando a stimolare il buchino posteriore. La punta delle dita accarezzavano l’ingresso fra le natiche con movimenti orari in cerca del nuovo brivido che le spingesse ad entrare.
“Capisco,” rispose lui. Semplicemente.
Non vedendo altra risposta, la donna smise di sollazzarsi; la cosa era divertente fintanto che conservava un minimo di interazione ma ora, proseguire, non le sembrava avesse più senso. Abbandonò il posteriore, quasi delusa, chiedendosi che fine aveva fatto Gianni, chiedendosi se fosse il caso di avviare una conversazione con Salvo per finire ciò che aveva lasciato a metà: ma mentre alla prima non sapesse cosa rispondere, in merito alla seconda preferì evitare.
Insinuò la mano libera fra le cosce per bagnarla poi la posò sopra una delle grosse mammelle gonfie di latte e prese a massaggiarla lentamente in attesa che Gianni le scrivesse nuovamente qualcosa me per quasi un minuti non ci furono aggiornamenti nella sua lista messaggi. Mossa dal piacere del divertimento fu lei a prendere la palla al balzo: “dormi?”
“Non ancora.” Rispose lui secco.
Jaima continuò a massaggiarsi il seno, scese sull’areola prendendo il capezzolo fra indice e medio poi lo stuzzicò con delicatezza prima di rigirarselo fra i polpastrelli immaginando che fosse un uomo a farlo. La sua mano scese fra le sue cose e portandosi acqua alla figa si procurò piacere usando le dita e titillandosi il clitoride rapidamente. Con il pigiama indosso, uscì dal bagno e si infilò a letto decisa ad ignorare i prossimi messaggi indipendentemente da chi fosse ad inviarli.
Dopo quella serata Jaima lasciò passare qualche giorno prima di tornare al lavoro, Gianni e Salvo si alternarono, inconsapevoli l’uno dell’altro, nell’inviarle messaggi ai quali lei rispose in maniera quasi evasiva e sempre con meno parole possibili. Per quel periodo dovette accontentarsi delle sue dita per provocarsi piacere in quanto suo marito, nuovamente, sembrava essersi dimenticata di lei. Frustrata per la situazione sessuale si tuffò però con tutta se stessa nel fare la mamma e questo le portò una grande e appagante distrazione.
Al venerdì, mentre stava allattando, ricevette una telefonata da suo marito: l’uomo la voleva avvisare che per la sera ci sarebbe stata una serata speciale di riunione con alcuni degli amministratori della ditta nei piani degli uffici per cui era indispensabile anche la sua presenza. Nonostante il poco interesse di lei la donna acconsentì confermando al marito che si sarebbero visti direttamente per le sei direttamente in ditta.
Nel pomeriggio Jaima cominciò a prepararsi, per la riunione scelse un abito a tubo color vinaccia abbastanza ampio da non lasciare in mostra il suo ampio decoltè e abbastanza lungo perchè la gonna terminasse appena sopra il ginocchio, sulle spalle indossò un pullover bianco in modo da legare con il contrasto dell’abito sotto indossò una giacca a vento ed uscì. Arrivata nel parcheggio cercò subito l’auto di Salvatore e, con gioia, vide che non c’era. “Evidentemente,” pensò, “se ne è già andato.” La cosa le diede un minimo di sollievo; almeno così non aveva da preoccuparsi di improvvisi agguati da parte di lui. In quei giorni i suoi messaggi, per quanto sembrasse preoccupati per la sua prolungata assenza, sempre avevano virato con il vedersi per consumare un rapporto e, ora, la donna ne era stufa di questa continua insistenza. Si era sentita anche con Gianni, meno, ma con lui avevano sempre conversato di cose semplici senza mai scaturire in doppi sensi o allusioni.

Come aveva immaginato, la riunione fu un continuo chiacchierare di dati e prospetti futuri. Tutti i partecipanti avevano intrapreso la solita discussione riguardo il fatturato e le possibilità di sviluppo. Mentre uno dei soci maggioritari si stava schiarendo la voce per prendere la parola Jaima si accostò all’orecchio del marito e sussurrò: “vado in bagno, scusa.” Lui annuì e lei, in silenzio, lasciò la sala non senza la totale indifferenza.
La donna scese le scale per dirigersi ai bagni del piano terra, nelle aree della ditta erano accese solo le luci di servizio tranne che nelle zone che servivano alla delegazione per entrare e uscire dall’edificio quindi, quando passò davanti la zona carico e scarico e trovò le luci accese, si insospettì. Entrò nel piazzale coperto e trovò un muletto carico vicino ad un camion in sosta con il bandone del rimorchio tirato su. “C’è nessuno?” chiese quando fu abbastanza vicina.
Da dentro si affacciò Gianni, con il volto sudato e macchiato dalla polvere e il fisico nella solita tuta da lavoro. “Oh, salve!” la salutò sorridente. “Come mai qua?”
Jaima lo raggiunse. “Una riunione, tu?”
“Faccio un po’ di straordinario,” rispose lui scrollando le spalle. “Stai molto bene così,” si complimentò poi lui arrossendo in volto ammirando il corpo di lei con indosso il solo tubino e le gambe avvolte in calze bianche.
“Grazie.” Rispose subito lei sorridendo. “Cosa stai caricando?”
“Scatolame vario…” rispose lui indicando una serie di scatoloni incelofanati alle sue spalle. “Tante voci diverse sulla bolla di partenza.”
Jaima si avvicinò, salì sulla pedana e allungò una mano verso Gianni. “Mi aiuti a salire?”
L’uomo afferrò la mano di lei, la donna puntò il piede destro sul bordo del cassone e nel venire issata la gonna le salì irrimediabilmente mettendole così in mostra una parte delle mutandine bianche. “Scusa,” si affrettò a dire lei abbassando nuovamente il lembo del vestito.
“Figurati.”
Con la bolla in mano diede un’occhiata veloce al numero dei colli e vide che tutto era in ordine. “Andiamo dai, tra poco la riunione sarà conclusa e dovremmo chiudere. Io devo tornare su e tu a casa.”
I due si diressero verso la zona dello spogliatoio. “Mi accompagni?” chiese Gianni scherzoso.
“Devo solo far pipì, poi torno in riunione.”Disse lei davanti la porta che separava le zone dei servizi da quella delle docce e dello spogliatoio. “Sperando che sia finita, ovviamente.” Jaima si chiuse dentro il bagno, abbassò le mutandine e sedette sulla tazza, durante la minzione controllò il cellulare: nessuno l’aveva cercata e da quando aveva lasciato la sala erano passati solamente cinque minuti. “Un tempo più che accettabile,” mormorò mentre si ripuliva.
Tirata l’acqua e uscita dalla porticina passò nuovamente davanti la zona dello spogliatoio, curiosa su cosa stesse facendo Gianni ancora lì visto che non sentiva il rumore dell’acqua decise di controllare se egli avesse bisogno o meno. “Gianni, ci sei ancora?”
“Sì,” sentì rispondere dalla zona destinata agli armadietti. Senza dire altro si incamminò in silenzio.
Svoltata l’ultima parete, trovò l’uomo in piedi a fianco di una delle panchine di legno, davanti a lui si trovava un armadietto aperto all’interno del quale, appeso ad una gruccia, il completo da lavoro era stato riposto ordinatamente. L’uomo le dava le spalle, la sua enorme figura coperta solo da un asciugamano che gli cingeva la vita e la schiena e il resto del corpo completamente coperto di peli.
Quello era uno spettacolo per Jaima completamente differente dal corpo di suo marito o da quello di Salvatore, la stazza dell’uomo che aveva davanti superava di diversi centimetri in altezza quella degli altri due, per non parlare di quella in larghezza. Per la donna era la prima volta che si trovava di fronte un uomo così grasso e peloso, solamente nei film aveva visto corporature del genere. Sollazzata dall’idea di vederlo per intero, avanzò di ancora qualche passo e chiamò piano: “Gianni?”
L’uomo si voltò. Nel farlo la sua pancia prominente e abbondante dondolò vistosamente mentre le sue mani, istintivamente, si spostarono sopra la zona del linguine. “Jaima, cosa ci fai qui?!” chiese lui a disagio. “Pensavo fossi già salita, volevo cambiarmi.”
“Ero passata a vedere se avevi bisogno di qualcosa prima.”
Lui annui. “Sono a posto, grazie.”
“Ok,” rispose secca lei, “allora non ti disturbo oltre…”
La donna fece per girarsi e andarsene quando fu Gianni a intervenire: “nessun disturbo, scusa. E? Che non mi aspettavo di vederti qui. Se mi dai tempo mi cambio e usciamo assieme.”
Lei acconsentì. “Va bene, fai pure” disse sedendosi su una delle panche e appoggiando la borsa accanto. “Tanto non ho fretta.”
Indeciso sul da farsi Gianni, prese un paio di slip e girò il muro. “Arrivo subito.”
“Dove vai?”
L’uomo la guardò incuriosito. “Mi infilo queste e torno da te.”
“Puoi rimanere anche qui, non penserai che mi scandalizzo.”
Non sapendo cosa dire, Gianni rimase in silenzio; Jaima gli piaceva, ma mai aveva avuto fortuna con le donne e proprio non vedeva come una con quel fisico potesse aver interesse in uno come lui. Preso così su due piedi, fece spallucce. “Se lo dici tu…” Gianni fece scendere lentamente l’asciugamano poi portò le mani sui fianchi mentre il suo viso si faceva più rosso. “Cosa ne dici?”
Nel vedere il membro di Gianni Jaima ebbe una lieve sussulto: il pene dell’uomo era praticamente invisibile; da sotto la semisfera della panciona villosa spuntava solamente un tubo di carne largo e scuro che terminava immediatamente in un’enorme cappella arrossata. “Mettiti di profilo e tira un po’ su la pancia,” chiese lei.
Lui, ubbidiente, mise così in mostra il suo pene nella sua interezza: un ammasso di carne corto e tozzo, circa dieci centimetri, che penzolava sopra due testicoli enormi e coperti di peluria riccia e nera. Carnoso, la sua sbarra, anche vista così, mostrava però una larghezza fuori dal comune.
La donna rimase ad osservarlo piacevolmente stupita, immaginava infatti che l’arnese di Gianni fosse corto ma di certo non che quello che gli mancava in lunghezza lo avesse in circonferenza. “Allora?” Chiese lui quasi supplichevole.
“Vieni qua,” lo invitò. “Siediti.”
Lui obbedì, sedette a cosce aperte accanto a lei. La pancia voluminosa gli copriva il cazzo moscio che pendolava. La donna lo accarezzò con una mano, prese i testicoli e li massaggiò con delicatezza mentre i suoi occhi erano fissi sul volto piacevolmente sorpreso di lui.
La mano della donna si mosse verso l’alto, cercò di afferrare quella corta proboscide che diventava sempre più turgida ma la sua larghezza le ostacolava di afferrarlo completamente. Con quella presa cominciò a segarlo con movimenti secchi e lunghi. “Ti piace?”
“Mmmmm… molto…” Completamente nudo, teneva gli occhi chiusi gustando il movimento della mano di lei.
La donna continuò finchè la torre di carne che pulsava nella sua mano non fosse ben eretta e pronta. Si alzò tirando su la gonna, spostò di lato la parte inferiore delle mutandine mettendo in mostra la figa umida e si appoggiò al suo pancione, lasciandosi scivolare sulle sue cosce guidando il cazzo scuro nella sua figa. Jaima gemette quando l’elasticità del suo sesso si rivelò poco idonea a ospitare l’affare di Gianni. Lui, la afferrò per le cosce e con un colpo di reni le diede una spinta facendo entrare il cazzo di prepotenza. “Aaaaahhh,” gemette lei.
Avvinghiato al corpo nero ancora vestito di lei, l’uomo affondò il volto fra le due enormi pere e cominciò a scoparsi la donna con foga, senza aspettare che lei fosse pronta. Improvvisamente fu come se una furio animalesca avesse preso possesso dei suoi lombi. Avvinghiato a lui come poteva, la donna si artigliò alla schiena pelosa di lui mentre i suoi gridolini sottolineavano la goduria provocatagli da quella verga spropositata.
Per aiutarsi ora Gianni si alzò in piedi in modo di avere una spinta maggiore, dal canto suo Jaima fu investita dalla foga e dall’irruenza di lui mentre le sembrava che la sua figa fosse sul punto di strapparsi ad ogni colpo del suo bastone venoso. “Siiiii, che bravooooo…” Riuscì a dire fra un sussulto e l’altro.
“Mmmmmm…” commentò lui fra un colpo e l’altro. Gianni stava arrivando velocemente al limite, l’eccitazione per la sorpresa era divenuta foga per l’amplesso e ora quel circolo stava per esaurirsi nell’esplosione finale. “Aspetta Jaima,” riuscì a dire, “Sto per sbo…” L’uomo non fece in tempo a finire la parola che un corposo schizzo fuoriuscì dalla sua cappella entrando violentemente nel corpo di lei. Nonostante l’eiaculazione lui continuò a montare la donna conscio che ormai non c’era altro da fare per evitare la cosa.
Jaima lasciò correre, ora le sue labbra sembravano essersi abituate alle dimensioni di quell’uccello che stava perdendo di vigore. Quando lui cominciò ad ansimare più vistosamente, lei abbassò le gambe fino a rimettere nuovamente i piedi per terra, i loro genitali si separarono e dalla figa di lei colò lungo la coscia sinistra un lieve rivolo di sborra bianca e grumosa.
“Ti voglio ancora,” disse lui riprendendo fiato mentre lei prendeva dei fazzolettini dalla borsa e cominciava a pulirsi. “Se vuoi, ovviamente” si affrettò ad aggiungere.
La donna sorrise, avrebbe voluto rispondere ma non voleva che i brividi di goduria mpe la figa che sentiva ora rovente spezzassero quell’idillio. “Certo,” disse infine “ma dovremo essere più attenti.” Lei si distese su di lui e affondò la lingua nella sua bocca in un bacio che durò istanti per Gianni interminabili. “Scusa ma devo tornare dal maritino,” disse lei maliziosa ammiccando. “ma questo me lo riprendo presto,” aggiunse stringendo nuovamente il pene ancora umido.
Lui la baciò nuovamente poi disse: “quando vuoi.”
Dopo essersi ricomposta la donna risalì le scale e, dopo aver preso fiato, entrò nuovamente nella sala, riprese posto accanto a suo marito e, sussurrandogli all’orecchio gli disse: “scusa il ritardo amore,” poi lo baciò su una guancia.

Autore:
Steto

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