Il nano e l’elefantino

Quando un paio di settimane fa mio marito mi disse che quest’anno saremmo andati in vacanza in Sicilia pensai che fosse una buona occasione per noi di riprendere il controllo del nostro matrimonio. Come mamma e casalinga non posso certo fare una colpa al mio lui di essersi tuffati nel lavoro; non ci fa mancare niente ma a me manca colui che ho sposato. “Due settimane,” pensai “ci basteranno per recuperare il rapporto.” Ne ero convinta.
Per quell’estate preso un costume intero, niente due pezzi; sono una donna formosa e avrei rinunciato volentieri a un po’ di abbronzatura se questo avrebbe aiutato la mia famiglia. Il giorno prima della partenza mio marito, come al solito, non poté evitare il lavoro. In bagno mi dedicai a depilarmi completamente il pube è la vagina in modo da non avere peluria indesiderata una volta in spiaggia. Provato il costume notai che mi stringeva leggermente la mia quinta di seno ma ero sicura che con il tempo il tessuto avrebbe ceduto. Finalmente pronta, passai il resto del pomeriggio a preparare le valige per me, mio marito e mio figlio.
Arrivati al villaggio fummo accolti da tutti gli animatori presenti che si presentarono a turno e cominciarono ad illustrarci le varie attività. Il gruppo di turisti era formato da diversi nuclei familiare e non mi sorprese vedere che nell’insieme eravamo tutti coetanei. “Guarda mamma,” esordì mio figlio mentre distrattamente seguivo il discorso del capovillaggio, “c’è un nano!”
Abbassai lo sguardo e vidi che mio figlio indicava una persona fra gli animatori, seguii la direzione del suo braccio e vidi uno dei lavoranti, affetto da nanismo, alto sì e no, forse un metro e venti osservare mio figlio e salutarlo di rimando con un sorriso sulla faccia.
“Non si indica,” ripresi mio figlio dandogli uno scappellotto poi feci un cenno di scuse all’uomo che mi rispose con un secondo cenno amichevole.
Lasciati liberi, venimmo scortati ai nostri alloggi: una serie di bungalow tutti uguali bianchi con il tetto giallo paglierino disposti in modo che fossero raggiungibili tramite dei vialetti formati da strisce di cemento circondati da siepi e giardini.

In camera iniziai a mettere a trasferire ciò che avevamo in valigia negli spazi appositi, mentre lavoravo sul bagaglio di mio figlio mio marito richiamò la mia attenzione e disse: “Porto il piccolo al mini-club e arrivo.”
“Va bene, “ dissi io continuando a lavorare. Non appena lui fu uscito accelerai il lavoro e non appena finito mi denudai completamente e mi distesi sul letto in attesa che lui tornasse. Avevo voglia di fare l’amore e pensai che quella fosse l’occasione giusta per battezzare il letto del villaggio ma i muniti cominciarono a passare senza che nessuno varcasse nuovamente la soglia. Quindici minuti dopo mio marito mi scrisse che si era fermato al campo da tennis con altri genitori e che il pargolo sarebbe stato occupato al mini-club fino alle 19 per cui, seccata, decisi di mettermi in costume e scendere in piscina.
La zona piscina era un’area pavimentata da erba finta con sdraio di plastica bianche disseminate con cura al centro della quale si trovava l’enorme vasca rettangolare. Con in braccio il mio asciugamano mi avvicinai in cerca di un lettino e ne trovai uno disponibile proprio davanti uno dei lati. Assieme a me c’erano altre donne che avevo intravisto nel mio gruppo poco prima, con gli occhiali calati sul viso mi distesi e cominciai a spalmarmi la crema sulle gambe.
Accanto a me una signora prese posto, indossava un bikini bianco che si intonava perfettamente alla sua carnagione pallida. “Certo non perdono tempo,”mi disse,”
“Come?” chiesi.
“Gli animatori.” Indicò l’altro lato alcuni degli animatori che si stavano approcciando con le mogli lasciate sole. “Anche con chi è appena arrivato già cominciano a cercare di battere chiodo.”
Capendo a cosa si riferiva annuii. “Sì, può darsi.”
Lei non disse altro, si distese accanto a me ed entrambe rimanemmo in silenzio a prendere il sole mentre attorno a noi si sentiva solo il chiacchiericcio sommesso delle altre persone.
Non so quanto tempo passò, mi ero appisolata quando sentii: “… sei qua con tuo marito Chiara?” Mi girai alla mia sinistra e vidi uno dei ragazzotti con indosso i pantaloncini dello staff chiacchierare con la mia vicina di ombrellone. Lui, abbronzato e fisico scolpito, non aveva davvero perso tempo, stava accarezzandole una coscia con la punta di un dito in modo sornione in cerca del limite entro il quale poteva spingersi.
“Esatto,” rispose lei sorridente. “Il programma cosa prevede?”
“Dipende,” disse lui. “Da come si mettono le cose…”
Lei ridacchiò di nuovo e io, essendo passata inosservata ne approfittai per far finta di dormire in modo da non avere scocciature di sorta. Feci appena in tempo a girarmi quando una voce chiamò la mia attenzione: “salve, come va?”
Prima che potessi seguire la voce con la testa apparve alla mia vista il suo possessore: l’uomo di bassa statura che mio figlio aveva indicato circa due ore prima. “Salve,” risposi imbarazzata. Era alto un metro e trenta, gambe corte e fisico tozzo. Aveva una testa stempiata con capelli neri tagliati corti e la pelle quasi nera.
“Sono Andrea,” si presentò.
“Mara.”
Dietro di me i due stavano continuando a ciarlare spensierati.
Senza chiedere Andrea si sedette sul lettino accanto alle mie gambe. “Anche tuo marito è al torneo di tennis?”
“Già.”
Lui annuì. “Mi raccomando, non mancate per lo spettacolo del dopo cena e poi andiamo tutti in discoteca a ballare!” Disse lui con allegria con il suo marcato accento siculo. “Verrete?”
Io storsi la bocca. “Dubito,” dissi “non sapremmo a chi lasciare il bambino.”
“Oh, capisco…”
Sembrava veramente dispiaciuto. Accanto a me intano il ragazzotto era andato via e la mia vicina di ombrellone aveva ripreso a leggere la sua rivista. Io rimasi lì, a osservarmi attorno chiedendomi quando il mio avventore avrebbe levato le tende.
Forse scoraggiato dal mio silenzio, il mio nuovo amico si alzò. “Vado Mara, buon proseguimento” disse sorridendo. “A più tardi.”
“Ciao,” lo salutai io frettolosamente cercando di fargli capire che non c’era trippa per gatti; avevo già abbastanza da fare per rimettere in carreggiata il mio matrimonio e gente a tentarmi non sarebbero state certo d’aiuto. Fortunatamente per me la donna al mio fianco rimase in silenzio così che potei tornare a rilassarmi e a godermi un po’ di pace fino alla sera.
La sera la passammo in camera, dopo che il bimbo si fu addormentato io e mio marito ne approfittammo per farci una buona scopata, avremmo avuto tempo per parlare e l’idea di cominciare a “sfogarsi” sul piano fisico non era poi così male. Sfortunatamente però l’atto sessuale non si rivelò così liberatorio come speravo; piacevole sì, ma niente capace di spazzare via almeno parte delle incomprensioni e di quel muro che sembrava aver cominciato a dividerci. Entrambi avevamo identificato quella sensazione con la monotonia che irrimediabilmente va ad intaccare qualsiasi rapporto ma la cura si prospettava ancora lontana.
Al mattino scesi con il bambino nella sala ristorante per una colazione veloce poi dopo un paio di ore io, mio figlio e mio marito, ci recammo al mare. La porzione di spiaggia dedicata al villaggio era un’ampia zona fatta di lettini e ombrelloni, tra le file gli animatori passeggiavano intrattenendo alla meglio i turisti che avevano voglia di svagarsi con giochi o piccoli tornei sportivi.
Appena arrivati il piccolo si unì al circolo del mini-club mentre noi due adulti ci accaparrammo un ombrellone e due sdraio proprio in riva al mare, essendo le dieci ancora non si era palesata una gran massa di persone e almeno la prima ora si presentava piacevole. Ci sistemammo sotto il sole e rimanemmo lì a chiacchierare del più e del meno; a fare, claudicando, i primi passi. Se ancora non stavamo affrontando i problemi veri almeno avevamo iniziato ad approcciarci.
Dopo una pausa di silenzio, mi marito si sedette dicendo: “vado a prendere la Gazzetta, vuoi nulla?”
Risposi di no. Lui mi baciò su una guancia, infilò la maglietta e se ne andò.
Rimasta sola potei godermi la pace per altri cinque minuti quando uno degli animatori mi si avvicinò. “Buongiorno!” Salutò con la solita esuberanza. “Vieni a fare acqua-gym?”
Sorrisi. “No grazie, proprio non mi va.”
“Allora magari più tardi per un gioco aperitivo?”
“Forse. Vediamo dai.” Ma nonostante anche questa risposta non sembrava intenzionato ad andarsene.
“Ma sei proprio sicura?”
Era un ragazzo alto almeno uno e novanta, fisico asciutto e capelli impomatati. Sicuramente dietro gli occhiali da aviatore e il sorriso nascondeva la solita aria da piacione di quasi tutti gli altri membri dello staff.
“Mara buongiorno,” mi sentii salutare prima che potessi rispondere. “Come stai?”
Mi voltai e vidi arrivare Andrea trotterellando sulla spiaggia nella camminata che le sue gambe tozze gli permettevano. “Visto che bella giornata?”
Annuii. “Già.”
Quando Andrea raggiunse il lettino i due si mise a chiacchierare poi l’altro se ne andò lasciandoci soli. Sembrava quasi avesse preferito lasciare il campo al compagno, cosa di cui non fui proprio dispiaciuta; se avere a che fare con quel nano poteva evitarmi rotture di scatole da altri allora, pensai, tanto valeva la pena sopportare.
Andrea prese una sedia e si sedette accanto a me, le sue gambe penzolavano lasciando un bello spazio fra piedi e spiaggia. “Come va stamni Mara?”
“Tutto bene.” Mi guardai attorno, gli animatori stavano lavorando anche se molti univano il “lavoro” allo stare dietro alle mogli lasciate sole dai mariti. Un paio mi adocchiarono ma girarono subito lo sguardo, forse, supposi, perchè mi trovavo già con qualcuno. Mi chiesi però se quel fattore fosse da indicare alla disabilità di Andrea o ad una sorta di chissà quale codice.
“Tuo marito?” mi sentii chiedere. “L’ho incrociato prima all’uscita del cancello, dove andava?”
“A comprare il giornale,” gli risposi.
Rimanemmo a chiacchierare finchè non vedemmo tornare mio marito, quando anch’egli ci raggiunse Andrea si congedò dicendoci che sarebbe tornato per il gioco aperitivo e fino a quel momento avrebbe chiesto ai suoi colleghi di lasciarci in pace. Mio marito lo ringraziò e io gli ammiccai un piccolo sorriso.

Il piccolo animatore mantenne la sua promessa: a mezzogiorno vedemmo passare uno degli animatori vestito da donna, con un largo cappellone di paglia in testa e una vistosa parrucca rossa urlando: “chi mi aiuta a cambiare il mio bambino? Chi mi aiuta?!!!”
Inutile a dirsi che noi clienti ci avvicinammo a lui incuriositi per vedere cosa avevano organizzati. Con la calca attorno lui continuò: “Aperitivo gratuiti per i primi tre che si offrono!”
La finta donna si trovava alla guida di una carrozzina per neonati, tutti noi ci facemmo più vicini e, una volta trovati i concorrenti, l’animatore fece emergere Andrea dalla carrozzina vestito con un solo pannolone e una cuffietta in testa, lo adagiò sopra un lettino e a turno i tre fecero finta di cambiarlo in modo da guadagnarsi così i coupon. Chiaramente, sotto il pannolone, aveva un costume a slip ma questo non aveva di certo impedito ai più di divertirsi con quella trovata. Mentre il gruppo si ricava al bar io feci dietro front per andare al lettino. “Ne vai a prendere uno anche a me?” chiesi a mio marito che, ubbidiente, si avviò con il portafogli alla mano.
Sola, me ne tornai al lettino in attesa di mio marito. Mi guardai intorno e vidi mio figlio giocare con gli altri bambini e le animatrici del mini-club, l’ora sul quadrante segnava che era appena scoccato mezzogiorno e che quindi, per rientrare a pranzare, era ancora presto. Mi adagiai nuovamente e ritornai a prendere il sole sperando di non esser più disturbata. Ora in spiaggia regnava la pace, gli animatori stavano raggruppando chi dava loro corda per altri giochi lasciando noi “asociali” tranquilli a rosolare. Mi seccava non aver preso un due pezzi; lo avevo evitato per ovvie ragioni ma sembrava che quella mia precauzione mio marito non l’avesse minimamente notata; col senno di poi avrei portato un paio di bikini e amen.
Mio marito tornò dopo diversi minuti, prendemmo l’aperitivo e dopo una mezz’ora tornammo al villaggio per il pranzo e dopo, verso le 14 ci ritirammo in camera.
Arrivati davanti il bungalow mio marito mi biaciò su una guancia, “vado al bar vedere che attività ci sono per domani, torno tra poco. Va bene?”
Io annuì. Mi sentivo stanca per quella mattinata e le sole cose che desideravo erano aria condizionata, doccia e letto. Entrati lascia che il piccolo andasse nella sua cameretta a disegnare, io mi chiusi in bagno e tolsi i vestiti e poi il costume: il sole mi aveva già abbronzato e si poteva chiaramente vedere la forma a body sul mio corpo. Mi girai il più possibile per vedere la schiena ma di certo lo spettacolo non era dei migliori. Mi concessi una rapida doccia, ad acqua fredda e la trovai rilassante e rinfrescante. Mi misi addosso un paio di pantaloncini e una maglietta e mi sdraiai sul letto sotto il bocchettone dell’aria condizionata. Stavo quasi per prendere sonno quando sentii suonare alla porta. “Eccolo,” dissi pensando che fosse mio marito.
Mi recai ad aprire ma dall’altra parte trovai invece Andrea. La cosa mi irritò al quanto poiché cominciavo a sentirmi pedinata da quel piccolo animatore che pareva essere più appiccicoso della carta moschicida.
“Salve,” lo salutai con un sorriso forzato.
“Ciao Mara, sono passato a darvi questo. C’è tuo marito?” La sua mano tesa verso di me con in umano un biglietto giallo con sopra delle scritte. “E’ un invito per te e tuo marito alla festa dell’animazione, c’è anche lo spazio per i piccini così potrete passare un po’ di tempo a divertirvi e magari conoscere nuove persone.”
Presi il biglietto sentendomi un po’ in colpa; avevo travisato la sua presenza e questo mi dispiacque profondamente. “Ci saremmo,” gli promisi per rimediare. “Ma adesso scusami ma stavo riposando.”
“Scusami tu, buon riposo e a stasera.”
Chiusi la porta ma non tornai subito a letto, da quando eravamo arrivati, riflettei, mi aveva dato più attenzioni quel piccolo uomo che mio marito anzi, a pensarci bene, non so neanche da quanto mio marito non me ne dava così tante. Che la nostra coppia stesse zoppicando era ben visibile ma fino a quel momento non avevo realizzato di come fossi solo io a cercare di fare qualcosa per risistemare la faccenda; seccata da quel pensiero, per la prima volta da giorni, decisi di fare qualcosa per me stessa. Aprii nuovamente la porta, Andrea stava scendendo lentamente i gradini del piccolo ingresso che separava la porta interna da quella esterna “Andrea,” lo chiamai, “ti va di entrare?”
Lui si girò e annuì, accelerò il passo in quello che sembrò un tentativo di corsetta e poco dopo mi raggiunse. “Posso fermarmi dieci minuti ma quattro chiacchiere le faccio volentieri Mara.”
“Anche io.”
Lo feci accomodare e ci sedemmo nel piccolo salotto del bungalow, sopra un divano foderato con un tessuto fresco e di fantasia a fiori. Eravamo l’uno davanti all’altra, lui indossava la maglietta arancione dello staff e il costume corto blu scuro. Ci guardammo per qualche minuto poi fu lui a prendere la parola: “è tanto che sei sposata Mara?”
“Quasi dodici anni.”
“Sono tanti. Mi pare di capire che ti sia sposata giovane allora.”
“Sì. Avevo trenta due anni.” Rimasi in silenzio per qualche istante poi chiesi: “tu sei single?”
Lui annuì con la testa. “Per adesso.”
“E’ molto che lavori qua?”
Lui ci riflettè un momento. “Diciamo che sono in quest’ambiente da ormai otto anni, se sai farti andare a genio trovate come quelle di stamani puoi sfruttare la tua situazione. Non significa che non puoi rimanere senza lavoro, ma da un certo punto di vista ti aiuta.”
“Intendi il gioco col pannolino?”
“Sì, cene sono diversi sai? Più o meno le situazioni si assomigliano ma puoi averne almeno uno diverso per ogni giorno della settimana.”
“Capisco.”
“Sai,” disse lui “tengo i costumi nel mio alloggio, magari qualche volta se vuoi poi te li faccio vedere.”
“Perchè no?” risposi sorridente.
“Allora ci conto!” disse subito lui ridendo a sua volta.
Piano piano che la conversazione andava avanti mi sentivo sempre più leggera, quasi come se stessi imparando ad accettare i miei problemi di coppia e ad affrontarli un poco alla volta anziché volerli prevenire in anticipo. In realtà quella chiacchierata mi stava facendo capire come io mi volessi sobbarcare tutto il lavoro del nostro rapporto.
“Si sta facendo tardi Mara,” proruppe lui spezzando quel silenzio che si era creato nella stanza. “Scusa ma devo proprio scappare.” Andrea scese dal divano. “Stai pure comoda,”mi disse mentre mi stavo alzando per aiutarlo.
Camminando velocemente mi si fece davanti dicendo: “a dopo, grazie per la chiacchierata.” Poi, prima che potessi dire qualcosa mi baciò una mano e si avviò verso la porta d’ingresso per uscire.
Non dissi niente a mio marito di quella chiacchierata, gli riferii dell’invito e che dopo cena saremmo andati a vedere la festa degli animatori. Lui annuì senza fare storie poi si mise con nostro figlio a colorare un album da disegno mentre io mi facevo una doccia più lunga prima di andare a cena.

La festa si teneva in uno spazio adibito a campo da calcetto, era una zona erbosa subito dietro la palazzina degli animatori. Arrivammo solo io e mio marito, nostro figlio era rimasto nell’alloggio davanti la tv. Io indossai una gonna e una maglietta mentre mio marito jeans e camicia a maniche corte. Lungo il perimetro più vicino allo stabile si trovavano diversi tavoli dietro i quali i camerieri erano adibiti a servire un piccolo rinfresco fatto soprattutto di bevande e frutta.
Gli animatori indossavano una polo gialla e dei pinocchietti grigi che, messi assieme, creavano una sintonia di colori inguardabile. Giravano fra le coppie e i vari turisti intrattenendoci con battute, piccoli giochi e quant’altro. L’intrattenimento della serata difatti, come ci spiegarono, sarebbe stato molto leggero e casuale; niente copioni o qualcosa di fisso. Quello era il loro modo di creare una serata in cui ci si potesse divertire senza ricorrere a niente di artificioso.
Nel passare dei minuti partecipammo a diversi piccoli giochi mentre sorseggiavamo prosecco e con piccoli pezzi di fragola dentro, in uno degli ultimi separarono uomini e donne e così fra coppie ci perdemmo un po’ di vista. A fine gioco la situazione si fece più rilassata e cominciammo tutti a mescolarci e a chiacchierare del più e del meno prestando così meno attenzione all’intrattenimento. Durante la serata più volte avevo cercato con lo sguardo Andrea senza mai trovarlo.
Dopo una parte della serata passato a chiacchierare lo trovai nella zona delle sedie che stava intrattenendo i bambini con dei giochi di giocoleria e un costume da clown. “Ciao,” lo salutai avvicinandomi quando ebbe finito.
“Ciao Mara! Mi dai dieci minuti per cambiarmi? Poi sono da te.”
“Sì, certo.” Andrea entrò dentro la palazzina, io, con lo sguardo cercai di trovare mio marito che, da quando ci eravamo separati prima dei balli di gruppo non avevo più visto ma non riuscì a trovarlo.
“Eccomi,” disse Andrea arrivando di corsa con lo stesso abbigliamento stonato degli altri. “Hai mangiato qualcosa?”
“Sì, scusa stavo cercando di vedere mio marito.”
“Capisco. Vuoi ti dia una mano a cercarlo? Conoscendo la zona meglio di te forse lo troviamo più facilmente.”
“Grazie,” risposi io. “Se non ti dispiace.”
“Ci mancherebbe.” Mi porse la mano, “dammi la tua così non ci perdiamo.”
Girammo un po’ e trovai mio marito insieme ad altri uomini intenti a chiacchierare con alcune delle animatrici più giovani in quella che poteva essere una situazione destinata a risolversi in un contesto più piacevole; inutile dire il disappunto dal vedere una cosa simile. Quella fu per me la dimostrazione di come davvero fossi solo io a darmi da fare per rimettere in riga le cose fra noi.
“Andiamo,” dissi ad Andrea.
Tornati alla festa bevemmo qualche bicchiere, per quanto lui cercasse di farmi sorridere io proprio non ero dell’umore anzi, tutto quel chiasso e quella confusione iniziarono a darmi anche fastidio.
“Mara, tutto bene?” mi chiese lui.
“Non molto,” riposi restando sul vago poi, presa dalla voglia di sfogarmi, comincia a raccontare a grandi linee la mia idea di quello che doveva essere quella gita lì per noi tre. Lui ascoltò annuendo in diversi passaggi e senza mai interrompere.“Non sei la prima a venire in villaggio con idee simili,” mi disse poi. “Capita più di quanto si pensi.”
Rimasi lì e annuii.
Andrea prese una mia mano fra le sue e disse: “forse so cosa potrebbe aiutarti, vieni con me.”

Andrea mi portò nella sua stanza; per via della sua statura, mi disse, aveva avuto una stanza singola che però usava anche come ripostiglio per i suoi vari costumi che erano riposti malamente in degli scatoloni che si trovavano ammassati lungo la parete davanti al letto. “Accomodati,” mi disse lui indicando il letto. Mi sedetti mentre lui cercava qualcosa nei cartoni, quando l’ebbe trovato schizzò in bagno dicendo: “torno subito.”
Personalmente non sapevo cosa aspettarmi ormai, immagginavo volesse farmi vedere qualche costume, magari un paio di skeetch e che sarebbe finita lì ma in realtà mi sbagliavo. Uscì dal bagno vestito con il pannolino della mattina e con in testa una cuffia da lattante e in bocca un mega ciuccio. “Eccomi!” gridò saltando fuori a braccia aperte.
Il nano mi si avvicinò mentre io, seduta sul letto, ridevo di come si fosse vestito. “Mi fa piacere che ti stai divertendo disse lui.”
Io sorrisi di rimando.
“Adesso però mi devi cambiare Mara,” incalzò lui con un sorrisetto complice al quale io, anche se non proprio convinta, decisi di stare al gioco. Lui si sdraiò davanti a me con le gambe in aria. “Dai su.”
Divertita mi avvicinai a lui, presi il velcro che fissava i lati dell’indumento e listrappai per tirare giù la parte anteriore. Nonostante fossi pronta a trovarmi davanti chissà quale scherzo, trovai invece sotto il pannolino un buffo paio di boxer che rappresentavano in tutto e per tutto il volto di un elefante e, in mezzo alle gambe tozze, una lunga e larga proboscide simile per dimensioni ad una bottiglia di acqua da mezzo litro.
“Accipicchia,” commentai divertita guardando il finto fallo che stava esibendo.
Lui sorrise nuovamente sornione.
“Adesso vestiti però, sarà il caso di andare.” Dissi io pronta ad alzarmi.
“Aspetta, non hai visto la magia finale!”
Misi le mani sui fianchi. “E sia.”
Lui prese la punta del naso dell’elefante poi, guardandomi contò: “1… 2… e 3!” Il nano tirò un colpo secco e la parte della proboscide si staccò dal velcro mettendo in mostra quello che io pensavo fosse un rigonfiamento fatto di gommapiuma: la smisurata proboscide era in realtà il suo uccello; carnoso, gonfio e pieno di vene alla cui sommità si trovava una cappella rossa e sotto il quale dondolavano due testicoli da bue.
Rimasi impietrita a quella visione; in vita mia mai avevo visto dal vivo un arnese simile, di certo, ne ero convinta, quel piccoletto doveva essersi fatto chissà quante villeggiatrici durante le estati. Lui avanzò verso di me con l’uccello che dondolava mentre la cappella gli arrivava all’inizio dei polpacci. Quando mi fu vicino mi prese la mano e la poggiò sopra il suo pene non ancora eretto, al tatto la sua pelle era calda e tesa, sotto di essa potevo sentire il suo coso flettersi mentre si avviava verso l’erezione. Con le sue mani piccole strinse la mia attorno al suo palo per quanto la circonferenza lo permettesse poi cominciò a muoverla su e giù con delicatezza nell’atto di usarla per masturbarsi.”
Presi ad ansimare seguendo il movimento impostomi da lui; per quanto non volessi tradire mio marito vedere quel fallo quasi da equino aveva risvegliato in me un irrefrenabile appetito. Sedutosi accanto a me, Andrea non perse tempo infilando la manina sotto i vestiti e tirandomeli su con foga liberando una mammella che, non appena scoperta, il nano prese a schiaffeggiarmi. “Mmmm…” gemette lui. “Tira fuori anche l’altra!”
Con la mano sinistra obbedii lasciando libero libero l’altro seno e, alla vista di entrambe il suo cazzo prese ad indurirsi con rapidità: il suo cazzo era ormai una sola torre che svettava sul suo corpo quasi come una meridiana svetta sopra la terra. Mi misi in ginocchio e accolsi il fallo fra i miei seni, strizzandolo in mezzo alle tettone che sentivano il pene caldo di lui che mi guardava voglioso. Presi a muovermi su e giù, massaggiando il pene duro fra le tettone e ogni tanto sputando in mezzo per rendere più scivoloso il contatto. “ma che brava mammina,” disse lungamente facendomi l’occhiolino.
Quando fu soddisfatto Andrea si azò in piedi, puntò il pene verso il mio viso e lo usò per schiaffeggiarmi. “Ti piace? Vero?!” Cominciò a inveire, “lo so che ti piace.”
Quei colpi non facevano male ma l’eccitazione per quella cosa che non avevo mai provato prima mi spinse ad abbassare le mutandine mentre gemevo sempre più vogliosa. “Siiii….” mi lasciai sfuggire.
Ora si avvicinò ancora e mi penetrò la bocca dove il suo cazzo entrava quasi a fatica, le mi mascelle mandarono un lieve segnale di dolore mentre lui cominciava a scoparmi la bocca e io sentivo la sua cappella spingersi quasi fino alla gola. Preso dal movimento mi afferrò i capelli che svolazzavano ad ogni colpo e, usandoli come redini, prese a muoversi con più irruenza.
Quel pompino forzato cominciò a togliermi il respiro; il nano stava usando la sua proboscide per spingersi pian piano sempre più in fondo e ad un certo punto mi sembrò davvero che il suo cazzo mi arrivasse a metà della gola, con una spinta lo obbligai a lasciarmi libera e dovetti riprendere aria.
Mentre tossivo, lui mi si parò davanti. “Che bella passera depilata,”proruppe. “Visto che a tuo marito non interessa…” Lasciò le parole in una sorta di sospensione poi, senza aspettare che finissi di tossire, mi deflorò col suo cazzo fuori misura sovrastandomi per quanto la nostra differenza corporea glielo permettesse. Con foga, spinto dall’eccitazione, nuovamente prese a schiaffeggiarmi i seni poi, non contento, si accanì sui miei capezzoli torcendoli e tirandoli mentre ansimava sopra di me.
Schiava al suo modo di scoparmi irruento, alzai le cosce e le strinsi attorno alla sua esile figura vogliosa di quella foga selvaggia con cui mi stava montando. Per la prima volta da quella vacanza il mio pensare non era più rivolto verso la mia famiglia o i miei problemi. Rimasi lì, sdraiata, a godermi i pesanti colpi del suo cazzo dentro di me mentre lui mi faceva godere doppiamente mentre torturava le mie pesanti tette.
“Sai cosa?” esordì lui. “Voglio farti un regalo…”
“Un regalo?” risposi io mentre entrambi ansimavamo.
“Mmmm… sì, tettona mia…” Lui continuò a spingere poi, all’apice del movimento puntò i piccoli piedi e gridò: “sborrooo!” mentre i suoi schizzi bollenti si facevano strada dentro di me.
Lentamente Andrea arretrò, il suo pene rovente uscì da me mentre il suo seme lo sentivo ancora al mio interno. “Fatti montare anche da tuo marito stasera e vediamo se rimani incinta,” disse lui.
“Chissà,” rispose io scherzando mentre gli facevo l’occhiolino. “potrebbe anche darsi…”

Autore:
Steto

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