Compiti a casa. Prime esperienze

Era un caldo pomeriggio di maggio. Come compito per casa avrei dovuto fare una ricerca, insieme al mio amico Tiziano, a casa di Stefania, la mia vicina di casa, la mia compagna di classe della terza media, la mia cotta.

Stefania non era la più bella della scuola; un po’ maschiaccio, capello corto e carattere forte. Fu amore a prima vista, io tutto timido, ero (e lo sarò anche dopo) il classico simpaticone della classe. In poche parole Stefania era tutto quello che io non ero e che avrei voluto essere.

Presi la bici e andai a casa della mia amica per fare la ricerca. Tiziano arrivò subito dopo. Dopo un po’ decidemmo di fare una pausa e chiedemmo di andare in bagno. Ma lo stavano riparando e Stefania ci disse che potevano andare fuori a fare pipì nel campo. Poco male, all’aria aperta è anche meglio e non bisogna aspettare che l’altro esca.

Io e Tiziano ci inoltriamo nel campo. C’era l’erba alta, ancora un po’ bagnata e piena d’insetti. Eravamo molto amici, ci conoscevamo dalle elementari, ma avevamo pisciato poche volte insieme e per un motivo o per l’altro non ci eravamo mai visti il pisello. Così, da buoni amici ci mettemmo uno di fianco all’altro, come due adulti sicuri di se, ma leggermente girati verso l’esterno in modo da coprire lo sguardo.

Dopo un momento di silenzio iniziammo a chiacchierare, non mi ricordo nemmeno più di cosa e la pipì iniziò a scorrere. Fu mentre stavamo per finire che sentimmo la voce di Stefania di fianco a noi.

Ci sono delle pizzette in cucina se volete
Stefania, la mia cotta, il mio sogno proibito, era davanti a me, a meno di un metro, come se niente fosse mentre io avevo il cazzo di fuori. Ma a lei la cosa sembrava essere del tutto indifferente, come se non ci fosse niente di fuori posto in quella situazione. Stefania, oltre a una sorella più piccola di un anno, aveva due fratellini di cinque anni. Gli faceva spesso il bagno e probabilmente era ormai abituata alla vista.

Io e il mio amico Tiziano incredibilmente riuscimmo a finire di fare pipì. Continuammo a parlare tra di noi, come se fosse tutto normale stare con il pisello di fuori, mentre una nostra compagna di classe ci guardava. In realtà non avevamo capito una sola parola di quello che Stefania ci aveva detto ed eravamo scioccati dalla situazione.

Finii di fare pipì e abbassai lo sguardo, il pisello si era gonfiato. Non era duro, era ancora curvo, ma aveva assunto una bella dimensione. Non sembrava il pisello di un ragazzino di tredici anni.

Ci riabbottonammo e tornammo dentro. Stefania davanti di noi sembrava saltellare.
Mi chiesi se Stefania avesse visto il mio pisello, se aveva notato che si era gonfiato. Il pensiero mi martello in testa tutto il pomeriggio. Aveva guardato anche il pisello di Tiziano? Aveva fatto dei paragoni? O aveva guardato solo il suo? Oddio, forse del mio pisello non gliene importava proprio niente.

In fondo io ero quasi ogni giorno a casa di Stefania e non si era mai spinta così tanto. Ero riuscito a dare uno sguardo veloce anche a pisello di Tiziano ed era diverso dal mio, non saprei dire se più grande o più piccolo. E poi il mio aveva iniziato a gonfiarsi alla vista di Stefania. Di sicuro entrambi avevano notato la cosa e appena rimasti soli avrebbero iniziato a deridermi; a darmi dello sfigato pervertito.

Nelle mie fantasie pensavo sempre a Stefania e in quei sogni solitari lei era sempre molto gentile e dolce con me; era anche porca perché sapeva come farmi impazzire, ma il suo sguardo era puro amore per me e io, in quei sogni, la stupivo sempre e la facevo godere.

Ora avevo realizzato il sogno di far vedere il mio pisello a Stefania, ma non era andato per niente come avevo sempre immaginato. Alla luce dei fatti era chiaro, io ero quello di troppo in questo episodio.

Entrammo in cucina, ci lavammo le mani, mangiammo le pizzette (c’erano veramente) e finimmo la ricerca. Stefania per tutto il pomeriggio era allegra e non smetteva mai di parlare.
Ci salutammo tutti e tre. Incredibilmente Stefania e Tiziano non trovarono qualche scusa per rimanere da soli.
Il giorno seguente tornai a casa di Stefania, furono lei e sua sorella a chiedermelo. Non avevamo compiti e loro due dovevano badare ai fratellini. L’episodio del giorno prima sembrava successo solo nella mia testa.
Faceva ancora più caldo del giorno prima. I gemellini erano agitati e dopo poco chiesero di andare a fare pipì proprio mentre, noi tre ragazzini, stavamo ridendo come scemi. Se i bambini dovevano andare in bagno significava accompagnarli fuori nel campo e aiutarli e svestirsi e poi rivestirli. Stefania sbuffo -adesso vi accompagniamo- Così facendo mi prese per un braccio. Perché dovevo accompagnarli anch’io? C’era sua sorella e non mi andava di aiutarli. Ma Stefania era autoritaria in tutto e ormai facevo sempre tutto quello che diceva.
Andammo fino in mezzo al campo. Aiutò i suoi fratellini, gli slaccio lo spago della tuta e gli abbasso le mutande. I due gemelli risero. Fecero pipì e si fecero aiutare e rivestire. Poi corsero ridendo dentro casa. -Devi fare pipì anche tu?- Disse Stefania ridendo maliziosa -In effetti, vado un po’ più in là- e puntai verso un albero. Ma Stefania venne verso di me -Dai, aiuto anche te- Si inginocchio davanti a me e iniziò a slacciarmi lo spago della tuta, esattamente come aveva fatto con i gemelli. Deglutii rumorosamente e mi pietrificai. Pensai che si sarebbe fermata subito, che fosse solo una battuta, ma il pisello si stava già gonfiando. Mentre mi slacciava i pantaloni con il polso della mano sfiorava il mio cazzo. Poi appoggio il palmo della mano e lo accarezzo sentendo la forma. -Scusa, è che…- dissi.
Stefania mi abbasso i pantaloni e rimase per pochi secondi con lo sguardo puntato sulle mie mutande. Poi iniziò a farmele scivolare giù, ripetendo ancora gli stessi gesti che aveva usato per i fratellini. Il mio pisello si gonfiò all’improvviso. Cercai di dire qualcosa, ma uscì solo un timido mugolio, non riuscivo nemmeno a deglutire. Stefania cercò ti abbassarmi le mutande come aveva fatto con i suoi fratellini, ma non ci riusciva, il mio cazzo, ormai gonfio come non l’avevo mai visto, glielo impediva. Si fermò e lo accarezzo da sopra le mutande, poi infilò una mano dentro e lo tirò fuori. Lo guardò incuriosita. Lo teneva chiuso nel pugno e con il pollice lo accarezzava.
-Sembra un bastone. Non ti fa male?- Iniziò a toccarmelo stringendolo nel pugno. Me lo strinse forte, come per vedere se poteva riuscire a piegarlo. Mi fece un po’ male, perché voleva spezzarmelo mi chiesi? Ma il contatto di quella mano non mia lo fece diventare ancora più duro di quello che già non era. Stefania allentò la presa e con il pollice e due dita iniziò a tastare la cappella che era diventata enorme. Ci giocava e la premeva come fosse un marshmallow. Rise -è buffo- disse. “Buffo”? perché mi dice questo? Tra tutte le parole proprio buffo deve dire. La sua mano ritornò sull’asta e scivolò più giù. Mi palpò le palle come fossero un sacchetto pieno di monete, cercando di capire se erano veramente due. Me le strinse e provai di nuovo un po’ di dolore. Ma mi gonfiai fino al limite, non l’avevo mai visto così duro e grosso. La pelle era lucida e tirata al massimo. Stefania mollò la morsa alle palle e iniziò a premere le vene pulsanti gonfie di sangue. Prima con due dire, poi con tutta la mano, stringendo il mio cazzo nel pugno della sua mano. Lo stringeva forte apposta per vedere la cappella diventare più grossa. Non le importava di procurami dolore e per quanto stringesse forte il mio pisello sembrava fatto di marmo e insensibile. Lo afferrava alla base, stringeva e scivolava sempre più forte verso la punta per vedere le vene pulsare e gonfiarsi e le cappella ingrossarsi fino al limite e diventare sempre più scura e lucente. Ripeteva questo gesto e ogni volta che arrivava fino alla punta alzava lo sguardo per vedere un cenno di dolore sul mio volto. Ma io ero in estati.
Poi alzò gli occhi azzurri e mi guardò:
-ti piace così?
S-si- dissi con un filo di voce
Poi si alzò davanti a me, si guardò intorno per assicurarsi che non ci fosse nessuno. Si portò le mani sotto la maglietta dietro la schiena. Slacciò il reggiseno e si alzò la maglietta. Scoprì il seno davanti a me. Solo per me.
-Le vuoi…-
Non le lasciai il tempo di finire la frase, mi chinai e le baciai un seno. Il suo profumo era buonissimo. Inspirai a fondo. Erano due seni così piccoli, ma perfetti. Erano la cosa più bella che avessi mai visto.
Diedi un altro bacio e respirai ancora di più quell’odore che non dimenticai mai.

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