Appuntamento al buio

Ragazza sborrata sulla schiena

 

È sdraiata sul letto sfatto. Credo di sapere come si sente, anche se non posso guardarla negli occhi. Questo è il tipico momento di cameratismo post-scopata, dove si guarda nel vuoto o si fissano le pennellate di bianco venute male sul soffitto. Lei devo dire che l’ho imbiancata bene. Ha una pozzangherina di sborra che è rimasta ferma tra le fossette della schiena. Non ha consapevolezza di sé e del suo corpo in questo momento.

 

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È brutta, ed è l’ultima cosa che vorrebbe essere adesso ma non ci può fare nulla. I capelli spettinati e sudati, le lenzuola ammucchiate in mezzo alle gambe, sta col culo all’aria e ha l’aspetto di una vacca. Non allunga una mano verso il comodino, dove stanno le sigarette, dovrebbe cercarle a tastoni. Non ne ha voglia. Preferisce restare a pancia in giù sul letto, come una grassa scrofa arrapata. Il massimo che riesce a fare per darsi un tono è allungare il braccio dietro, come per grattarsi la schiena, e intingere maldestramente le dita nella pozzanghera di sborra che le ho lanciato addosso dopo essermela scopata forte e in fretta. L’ho fatta urlare, la vacca. Avrei voluto vederle gli occhi quasi lì lì per uscire dalle orbite mentre le piantavo il cazzo dentro da dietro e glielo facevo sentire fino in gola. Aveva la bocca storta mentre gridava; si voltava verso di me come se potessimo guardarci negli occhi, per scoprire che non potevamo. Come se si sentisse tradita.

 

A un certo punto “Che ore sono”, mi fa, “ho il treno alle sei e trentacinque”. Mentre si succhiava le dita appiccicose e sporche con aria da donna di mondo le tremava la ciccia sull’interno delle cosce. “Se mi fai togliere la benda mi vesto…magari chiuditi in bagno così non ti vedo”. Per me a questo punto non sarebbe stato un problema farmi vedere, avevo già ottenuto quello che volevo: scoparmi una zoccola qualunque, conosciuta online su un sito qualunque, talmente bisognosa di cazzo da essere disposta a non vedermi. Tutto come da accordi: ho prenotato l’albergo, la tizia si è presentata una ventina di minuti prima di me, le ho detto di farsi trovare nuda e bendata. È stata di parola: mi ha aperto la porta nuda, con la sciarpa legata stretta sugli occhi, senza pensare che chiunque fosse passato nel corridoio avrebbe potuto guardare le sue grazie. O magari le piaceva l’idea. Di sicuro le piaceva da impazzire farsi toccare da un uomo che non aveva mai visto, che non avrebbe mai visto. Sarei restato sempre una fantasia, lei si sentiva così troia e indifesa sentendo la stoffa dei miei vestiti sulla sua pelle nuda mentre la toccavo e la soppesavo come le signore quando ispezionano la frutta al mercato. Carne da macello.

 

Era fradicia come una cagna quando le ho tastato la fica. Per questo mi è venuta voglia di romperle il culo. Così l’ho presa con una mano, dietro il collo, l’ho piegata sul letto, l’ho afferrata per i capelli. Lei ha perso l’equilibrio, portava la benda da una ventina di minuti, non aveva più il senso dello spazio, era una creatura priva di consapevolezza con un solo desiderio: essere coperta in fretta e cacciata via. Dovevate sentire come schioccavano i suoi chiapponi mentre glielo piantavo in mezzo. Si è tutta irrigidita, doveva farle male tutto sommato e la cosa mi piaceva, molto, così tanto che mi ci sono voluti pochi minuti per schizzarle addosso. Avrei voluto scoparmela per ore, fino a farla piangere, di stanchezza e di rabbia, vederla crollare del tutto. Avrei voluto fare un mucchio dei suoi vestiti e buttarli dalla finestra, vederla uscire come una disperata, sporca di sborra e completamente nuda, a raccattarli. Ma tutto sommato ero di buon umore. Così, mentre mi accendevo una delle sue sigarette, le ho detto “Esco prima io, ma devo fare ancora una cosa”. Mi sono avvicinato a lei, ancora a culo all’aria sul letto, io ancora con la camicia addosso e la penna nel taschino. “Ti sei fatta sfondare il culo e non saprai mai da chi, almeno un autografo te lo meriti”. Ho preso la penna e credetemi, subito non è stato facile cercare di scrivere su quel culone grasso e scivoloso, la penna non faceva presa. Allora lei ha iniziato a inarcarsi tutta, probabilmente immaginandosi in una scena di raffinato erotismo cerebrale.

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Chissà se si è bagnata di nuovo quando si è guardata il culo a casa, o nel bagno della stazione, sperando di scoprire il mio nome e di chiedermi un altro incontro. Chissà se si è eccitata o si è sentita uno straccio. Di sicuro io qualche sega me la farò pensando a lei che si alza la gonna, scosta le mutandine, si scopre il culo e legge finalmente le mie ultime parole.
Addio troia.

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