Sesso e nobiltà | pt. 1

La contessina stava prendendo il suo caffè nel gran salone adibito alla conversazione con le amiche di famiglia.
Sua madre la guardava, fiera della sua postura e della sua capacità d’intrattenimento. Era brillante ma mai supponente e conosceva svariati argomenti di cui però non discorreva, in quanto per una donna sarebbe risultato sconveniente parlare di certe cose.
La nobiltà era difficile da capire e solamente chi non era nobile poteva pensare che fosse una semplice passeggiata.
Armand, uno dei tre maggiordomi dell’abitazione, entrò nella stanza e dopo aver salutato le signore, sussurrò qualcosa all’orecchio della contessina.
-Amiche, adesso sono costretta a salutarvi per andare a controllare degli affari di famiglia, assieme a mio cugino.- disse, congedandosi con eleganza.
Sua madre sorrise, contenta del fatto che avesse iniziato così presto a prendersi cura degli affari di famiglia. Era la figlia che aveva sempre desiderato.
La realtà era che non vi era nessun cugino ad aspettarla, bensì un proletario zappaterra con cui aveva deciso di soddisfare le sue esigenze sessuali.
Era una storia che andava avanti da svariati mesi. Lui era uno dei contadini che lavoravano alle piantagioni della famiglia, mentre lei rappresentava la figlia prediletta di quella nobiltà che non faceva che sfruttare la manodopera senza scrupoli.
Erano nati per scopare l’uno con l’altra.
S’incontrarono nella stanza che di solito veniva utilizzata per la firma dei contratti; stanza che durante l’assenza del padre era perennemente chiusa e vietata agli altri esponenti della famiglia.
Lei era l’unica ad essere in possesso delle chiavi di quel luogo che amava utilizzare per farsi sbattere dai suoi amanti.
Aveva avuto decine e decine di avventure con uomini diversi in quella stanza; tutti clandestini e con uomini del proletariato, perché non voleva che si spargesse la voce della sua lascivia nell’alta nobiltà.
-Salve contessina.- disse con quel suo accento da zotico.
-Salve, Prolens.
-Veramente io sono Dominic.- rispose lui, imbarazzato.
-Poco importa… non è il tuo nome che voglio, ma il tuo cazzo.
Dominic corse a baciarla con passione.
Alla contessina piaceva molto baciare quei proletari puzzolenti, perché le sembravano dei veri uomini, al contrario di quei buffi e profumati nobili tutti effemminati che le stavano attorno.
Lei voleva brutalità e passione, non cordialità e sorrisi da pargoletti. Lei voleva ciucciare cazzi.
Si abbasso prese immediatamente il pisello dello zappatore tra le sue labbra coperte dal rossetto. La sua parrucca da nobile iniziò a dondolare avanti e indietro. Perfino quando si abbassava a fare quelle cose, teneva molto al suo aspetto. Voleva che le persone si ricordassero dell’opportunità che era loro offerta: quella di farsi amare da una giovanissima nobile.
Quando il cazzo puzzolente fu duro al punto giusto, la contessina si levò la sottana e tutta quell’attrezzatura che chiamava biancheria intima, liberando finalmente la sua fica famelica.
Il contadino l’assalì con forza bruta, infilandole dentro tutto il suo pisello sporco.
-Ah… è proprio quello che ci vuole. Un bel cazzo!
Era perennemente affamata di cazzo, un po’ come era affamata di abiti e cibi provenienti da terre lontane. Voleva essere soddisfatta sotto ogni aspetto, perché quello era il potere che le conferiva la nobiltà.
Non avrebbe mai voluto essere una regina con tutti gli oneri del mestiere; a lei bastava la nobiltà e una manciata di cazzi dei suoi contadini.
-Avanti, avanti. Martellami. Vangami come quando sei nei campi.
La vangò. Lo fece con tutto l’ardore che provava, mettendo in quella scopata tutta la rabbia che provava verso la nobiltà.
Iniziò a leccarle la faccia, emanando sul suo viso un alito fetido. La contessina amava quella sporcizia. Amava anche il farsi leccare la faccia da un uomo che se avesse incontrato il giorno seguente non avrebbe degnato di un saluto. In quel momento lei non era una nobildonna, ma una semplice schiava del sesso, perché il sesso metteva tutti sullo stesso piano.
-Scopami.- gridò, per poi fermare il moto di quel contadino arrapato.
-Ho fatto qualcosa di male?- domandò lui.
-No, anzi… voglio che tu mi faccia una cosa.

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