Il gigante e la bambina

Mio padre mi aveva detto di essere gentile, educata e premurosa con il suo migliore amico che, da qualche tempo, aveva preso in affitto l’appartamento a fianco al nostro.

Diceva: “Mi ha salvato tante di quelle volte che farei di tutto pur di aiutarlo, se fosse necessario…”.

Ho cominciato a portargli il giornale tutte le mattine, a fargli la spesa e ad aiutarlo nelle faccende domestiche, quando serviva. Ho dovuto stirargli pure le camicie, qualche volta. Una cosa che detesto fare…

L’amico di mio padre è sempre stato molto gentile con me ma, una mattina, quando gli ho portato il giornale come al solito, di punto in bianco ha cominciato a scrutarmi stranissimo. Aveva una luce stramba negli occhi e mi tratteneva all’ingresso di casa riempiendomi di chiacchiere. Tutte frasi senza senso al solo scopo di non lasciarmi andare via.

Si chiama Gianni, è bello, alto e robusto e avrà quarant’anni, forse qualcosa di meno. Io ne ho diciannove e ne dimostro diciassette. Le guarda tutte con l’occhio spermatozoico, le ragazzette come me. Questo l’ho notato subito, a parte le sue gentilezze.

La prima volta che l’ho incrociato in ascensore, mi ha fatto venire certi brividini… brividi che mi percorrevano la schiena e scendevano giù, tra topina e culetto. Proprio nel mezzo. Mi sono masturbata subito dopo aver sbattuto alle mie spalle la porta di casa. Mi chiedevo quanto ce l’avesse grosso e come sapeva sfondarle le donne. A parte quella sua aria da porco, a me risulta simpatico e spassoso. L’apparenza, certo, inganna…

Io, per esempio, potrei sembrare una bimbetta casta e pura ma sono tutto il contrario. Ho avuto un’educazione ferrea da piccola, che ho subito finché non ho sciolto le treccine mandando al diavolo tutto e tutti. Da lì, è cominciata la mia doppia vita. Nel senso che, a casa recito la parte della ragazzina a posto e perbene e, non appena metto il nasino fuori, divento una smorfiosetta facile da circuire.

Notavo che, ogni tanto, Gianni  si portava a casa qualche amica. Mi arrapa il suo corpo allenato e ben fatto, la sua faccia ambigua ed esperta. La pancia mi si contorce immaginando le porcate che si fa con tutte quelle che riesce a beccare.

Ieri, mi sono fatta un ditalino massacrante sentendo certi mugolii e urla che provenivano dalla sua stanza da letto. Pensavo a lui e mi toccavo fino a venirmene in un laghetto di sborra…

Quella mattina che tentava di trattenermi all’ingresso, ad un certo punto, mi toglie il giornale dalle mani e mi trascina in salone offrendomi da bere.

“Auguri, donnina…”.

Già, era l’8 marzo. Neanche me lo ricordavo… La sorchetta mi friccicava tutta. Quel suo modo di pronunciare il termine ‘donnina’ mi ha turbato come un agnellino che si prepara al sacrificio. Non mi ha chiesto se avevo il ragazzo, non mi ha riempito di domande intime, di quelle che imbarazzano le ragazzine. No. E’ stato molto, molto più sbrigativo.

Mi ha sollevato la gonna col suo sorriso rassicurante e un po’ svagato, mi ha scostato le mutandine e mi ha strofinato sopra un uccellone cattivo e già bello tirato.

Facendomi sdraiare su un comodo divano, mi ha scoperto le tettine e io sono diventata tutta rossa, non di vergogna ma di libidine. Me l’ha fatto sbocchinare un pochino, giusto il tempo di incazzarsi quanto basta.

A lui non piacciono le perdite di tempo, a lui piace ficcare con un colpo secco. Di fianco, me lo ha piantato duro nel ventre fino a farmi scoppiare, finché il troncone non ha preso ad insaccarmi arrogante il culetto. Mi sono abituata subito alle sue pompate profonde, dopo aver superato e vinto il primo dolore, e per assecondarlo bene ho rilassato i muscoli dello sfintere. Neanche lui sa che è stato il primo a incularmi…

Mi ha aperto proprio bene con una foga che mi toglieva lo sfizio e le ultime tracce d’innocenza. Mi piazzavo sopra di lui e mi lasciavo scuotere i liquidini anali. Mentre sborravo avrei voluto un ritmo più lento e intenso, ma lui niente. A pecorina mi sconvolgeva con le sue braccia possenti, senza rallentare, bastonandomi ancora di più a ritmo infernale.

Quel cordone di muscoli tesi mi tappava come una bottiglia di champagne pronta ad esplodere in mille bollicine. Sborravo, sborravo… A fichetta ancora narcotizzata dalla venuta e a culetto ancora pieno, ho sentito il pisellone gonfiarsi e poi frenare tra le pareti dei fondelli.

Al limite della cazzuta pazienza, Gianni l’ha sfilato all’improvviso sparando un colpo denso e caldo dritto in faccia.

A distanza di giorni, sento ancora addosso il sapore e l’odore di quell’adorabile energumeno…

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